Recensione

A cura di Manuela Moschin
La vita di Albert Camus
Prima di parlare del romanzo “Lo straniero” di Albert Camus preferisco dare uno sguardo alla biografia dello scrittore, che nacque a Dréan, in Algeria il 7 novembre 1913 e morì a Villeblevin, in Francia il 4 gennaio 1960. Rimase orfano del padre Lucien, che morì in battaglia durante la prima guerra mondiale, vivendo, quindi, l’infanzia in una condizione di povertà e con la madre analfabeta. Inizialmente studiò filosofia all’Università di Algeri.
Scartato dall’esercito per problemi di salute, si dedicò al giornalismo, diventando membro del Partito Comunista. Ebbe una formazione polivalente, poiché fu saggista, drammaturgo, novellista e romanziere. A 44 anni, nel 1957, ricevette il premio Nobel per la Letteratura.
La sua vita personale influì notevolmente sulle opere, producendo scritti dedicati alla nostalgia per l’infanzia.
L’assurdo e la rivolta nelle opere
Gli scritti di Camus si possono sintetizzare attraverso due punti essenziali:
L’ASSURDO, al quale dedicò tre opere importanti: il romanzo “Lo straniero”, il saggio “Il mito di Sisifo” e “Caligula”;
LA RIVOLTA, intesa come presa di coscienza dell’assurdo. Da qui, nel 1947, nacque la celebre opera La peste.
La filosofia dell’assurdo in Lo straniero
Nel romanzo “Lo straniero”, Camus trasmise la sua filosofia dell’assurdo. L’incipit dà già l’idea delle stranezze vissute dal protagonista Meursault, che, ricevendo la notizia della morte della madre, dimostrò un’assoluta indifferenza: “Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so.”
Nessun rimorso o rimpianto, dunque, lui vive, e basta, senza ma o perché.
Meursault e l’indifferenza esistenziale
Durante tutta la narrazione, che è raccontata in prima persona, Meursault possiede un atteggiamento pacato. Lui non si fa travolgere dalle situazioni drammatiche o passionali. Si dimostra sfacciato, persino, con il giudice che lo interroga: “Per cominciare, ha detto che mi descrivevano come una persona taciturna e chiusa e ha voluto sapere cosa ne pensassi. Ho risposto: “È che non ho mai molto da dire. Perciò sto zitto.” Lui ha sorriso come la prima volta…”
L’assurdo si verifica anche durante il processo, nel quale l’investigatore diede maggiore rilevanza al fatto che il condannato Meursault non pianse al funerale della madre.
Lo stile narrativo e la solitudine del protagonista
Una certa freddezza emerge anche nel rapporto insolito con una ragazza che, sebbene egli abbia vissuto con lei brevi e appassionati incontri, non provava nessun sentimento d’amore: “Dopo un po’ mi ha chiesto se la amassi. Io le ho risposto che non significava niente ma che mi sembrava di no. Lei mi ha guardato con un’espressione triste”.
Egli accetta qualsiasi condizione che gli si prospetta, rassegnandosi con molta tranquillità. Carcere, processi e omicidi appaiono in lui come qualcosa che accade nella normalità quotidiana. Si tratta, comunque, di un’esistenza in piena solitudine.
La prosa in vari punti è delicata e avvolgente: “C’era sempre quel bagliore rosso. Sulla sabbia, il mare boccheggiava col respiro lesto e affannato delle piccole onde. Camminavo lentamente verso le rocce e sentivo la fronte gonfiarsi sotto il sole.”
È un romanzo sorprendentemente strano, che lascia una serie di perplessità, difficili da condividere, ma che senz’altro inducono alla riflessione.
Lo consiglio di cuore.
Il romanzo Lo straniero
Il Libro
Pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea, un romanzo tradotto in quaranta lingue da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1967 l’omonimo film con Marcello Mastroianni. Introduzione di Roberto Saviano.
Il protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo.
Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere, attraverso una logica esasperata, alla verità di essere e di sentire.

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Sono Manuela Moschin, scrittrice. Sono nata a Venezia-Mestre e attualmente vivo e lavoro in provincia di Venezia. Ho conseguito la laurea in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, indirizzo Storia dell’Arte.
La mia opera prima è “ātman”, che in sanscrito è traducibile come soffio vitale o coscienza spirituale, una raccolta di poesie che fonde in un equilibrato mix la storia dell’arte con la mia predilezione per gli insegnamenti legati alla filosofia indiana. Nel mese di maggio 2022 alcuni miei scritti sono stati selezionati per “Risveglio”, un’antologia a cura di Storie di Libri, mentre nel settembre dello stesso anno ho pubblicato il saggio “Le Metamorfosi di Ovidio nell’arte”, Espera Edizioni. Nel mese di marzo 2023 ho pubblicato assieme a mia madre Mirella Alberti (deceduta nel 2004) la raccolta di poesie “Un giglio bianco al 4910” a cura di Storie di Libri.
Collaboro in linea diretta con storiedilibri.com e diverse testate online. Dalla mia passione per le materie umanistiche nasce il blog librarte.eu, contenitore di articoli di storia dell’arte e recensioni di libri.
Collaboro con “La Voce di Venezia” curando la rubrica radiofonica Voce d’Arte, trasmessa ogni giorno alle 12:30 sulla loro web radio, dove racconto e approfondisco temi legati al mondo dell’arte. Il link per il collegamento: https://www.lavocedivenezia.it/player.html
Altre collaborazioni: “lavocedivenezia.it”;“valledaostaglocal.it”; “alessandria.today”; “solofraoggi.it”
Pubblicazioni:
2025 – Il Duomo di San Donà di Piave. Venustas Palladiana -saggio– Mazzanti Libri
2023 – Un giglio bianco al 4910 -poesie– Storie di Libri
2022 – Le Metamorfosi di Ovidio nell’arte -saggio– Espera Edizioni
2022 – Risveglio -storie– Storie di Libri
2021 – ātman -poesie– Storie di Libri
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