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Uno Sguardo alle Opere d’Arte citate nel Romanzo “Il Vendicatore Oscuro” di Annalisa Stancanelli

A cura di Manuela Moschin

Su Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano,1571-Porto Ercole,1610) (Fig.3) si è scritto molto, uno degli artisti più enigmatici e rivoluzionari che sia mai esistito. Le straordinarie opere e le vicissitudini dell’artista hanno incuriosito da sempre biografi e critici d’arte di tutto il mondo. L’articolo potrebbe risultare una sorta di ripasso, in quanto, l’artista unico nel suo genere, è tutt’oggi oggetto di un’infinità di studi, analisi e dibattiti. Spero ugualmente di riuscire a catturare la vostra attenzione, nei confronti di questo piccolo omaggio a un artista a dir poco prodigioso.

Il romanzo “il Vendicatore Oscuro” di Annalisa Stancanelli, rappresenta una meravigliosa opportunità per potersi addentrare in un periodo della vita dell’artista, rivivendo i suoi drammi e stati d’animo sofferti nella Sicilia del 1608.

Caravaggio, in quel periodo, fuggì da Malta e si rifugiò a Siracusa, dove fu accolto in un convento di frati che lo curarono.

L’autrice, una rinomata saggista,  si è dedicata appassionatamente alla stesura del romanzo attraverso un accurato studio e un’approfondita ricerca storico-artistica.

La scrittrice descrive splendidamente i luoghi più suggestivi della città di Siracusa e i capolavori di un artista che ha pochi eguali nella storia dell’arte. Ella, studiosa ed esperta della vita e delle opere di Caravaggio, ha avuto l’abilità di creare un intreccio di storia, arte, religione e gastronomia, considerato di grande interesse per il lettore amante della cultura.

Una serie di spaventosi crimini rendono il racconto alquanto avvincente e misterioso, ricco di suspence.

La passione e l’amore naturalmente non mancano. Luce è la modella che ha posato per l’artista e senza svelarvi la travolgente trama, vi lascio alla lettura di questo splendido capolavoro che mi ha appassionata moltissimo per vari motivi. Innanzitutto è un noir intrigante, caratterizzato da una scrittura scorrevole e amabile. In secondo luogo, l’autrice ha avuto una grande maestria nel rendere partecipe il lettore facendolo immergere nel romanzo.

Complimenti ad Annalisa che ha dedicato a un artista ammirato da tutti, una preziosa narrazione, che per gli appassionati di Caravaggio, rappresenta una ricca fonte di informazioni. 

Caravaggio è stato uno degli artisti più rivoluzionari e anticonvenzionali della storia dell’arte. Egli dotato di una personalità impulsiva, in conflitto con se stesso e con il mondo, è considerato un genio della pittura, poiché è riuscito ad apportare un profondo rinnovamento alla corrente artistica della tradizione italiana. Il maestro è da sempre un esempio di raffinatezza ed eccellenza che perdura fino ai nostri giorni.

Il malessere dell’uomo e della condizione umana sono stati espressi da Caravaggio, mediante l’utilizzo straordinario della luce, che illuminando i personaggi, dona loro un’intensità psicologica, ricca di pathos.

L’osservatore ammirando i suoi capolavori, si sente trasportato emotivamente e immedesimandosi nelle figure, rivive i loro stati d’animo. I vissuti e la sofferenza dell’artista sono rappresentati magistralmente, capaci di commuovere e di travolgere l’anima facendo riflettere sulla condizione umana.

La rivoluzione deriva dal fatto, che l’artista superò il concetto tradizionale della pittura. Le sue opere sono dipinte con naturalismo, attraverso un sapiente utilizzo della luce, che rende i personaggi attori su un palcoscenico. Essi spiccano sulla scena da uno sfondo scuro, tramite un gioco di luci e ombre, favorendo un effetto tridimensionale che cattura e trascina lo spettatore.

Lo storico dell’arte Maurizio Calvesi definisce così l’artista:

“Il drammaturgo del pennello, il Caravaggio può trovare riscontro nel contemporaneo Shakespeare”.

Ora lasciamoci coinvolgere da queste sorprendenti opere citate dall’autrice Stancanelli nel suo lodevole romanzo “Il Vendicatore Oscuro”: “David con la testa di Golia” e la “Decollazione di San Giovanni Battista”

“Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-1610 – olio su tela (cm.125×100) Galleria Borghese, Roma (Fig.1-2).

“Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-1610 – olio su tela (cm.125×100) Galleria Borghese, Roma (Fig.1).

Racconta l’autrice Annalisa Stancanelli:

“Parlaci della prigione, maestro Merisi, a quali soggetti hai pensato mentre eri a Sant’Angelo?”, intervenne così di botto Cardarelli suscitando lo sguardo sorpreso di Minniti che si affrettò a lanciargli un’occhiata di disapprovazione.”Ho pensato a un altro “Davide con la testa di Golia”, potrei farlo con la tua testa, stavolta. Che ne pensi?”, rispose Michel’Angelo, riferendosi al quadro in cui Davide teneva in mano la testa mozzata del nemico Golia.

Dettaglio “Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-1610 – olio su tela (cm.125×100) Galleria Borghese, Roma (Fig.2) 

“Ritratto del Caravaggio” di Ottavio Leoni 1621 (Fig.3)

I capolavori della fase finale della vita di Caravaggio: il “David con la testa di Golia” (Fig.1-2) e la “Decollazione di San Giovanni Battista” (Fig.6) sono accumunati dal tema della decapitazione, che entra nella testa dell’artista come una sorta di ossessione. 

Il “David con la testa di Golia” è considerato il quadro del perdono, in quanto, secondo quanto riportato da Giovanni Pietro Bellori (Fig.12), il maestro lo donò al cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V con la speranza di ricevere la grazia a seguito di una condanna a morte per l’omicidio di Ranuccio Tomassoni. 

Il collezionista Borghese gli concesse la grazia, ma alla sola condizione di possedere tutti i dipinti invenduti del pittore. Egli fu graziato, ma ormai fu troppo tardi, in quanto morì, pare per una febbre malarica a Porto Ercole e la sua tomba non fu mai ritrovata. 

“Davide con la testa di Golia” è probabilmente l’ultima opera dell’artista, che dipinse poco prima di morire. Il maestro riprodusse se stesso, come simbolo del peccato, manifestato sul volto di Golia con realismo crudele. Davide che emerge mesto da uno sfondo scuro, impugnando la spada ha sconfitto Golia. Egli lo osserva con commossa partecipazione e compassione dopo averlo decapitato. La fronte corrugata e la bocca aperta, donano al volto di Golia, un’espressione disperata e straziante. Sembra l’emblema di Caravaggio, che tramite la sua sofferenza manifesta il dramma della pena capitale.

Lo storico dell’arte e saggista Costantino D’Orazio (1972) scrisse:

“Il dettaglio più intenso dell’opera è l’occhio perso nel vuoto sul capo mozzato in primo piano, con la bocca spalancata per effetto del peso della mascella e il sangue che non smette mai di colare a terra. Fra gli occhi si vede ancora il segno rosso del colpo mortale sferrato da Davide con la sua arma rudimentale”.

L’insigne storico dell’arte Claudio Strinati (1948) in un documentario dedicato all’artista, fece alcune osservazioni molto toccanti: 

 “in questo quadro la condanna a morte è stata eseguita ma la pena di morte non esiste poiché ella non è una pena, è inutile uccidere perché si verificherebbe il passaggio in un’altra dimensione, non è lei portatrice di dolore ma è la vita”. 

Il pittore, attraverso la figura biblica del David e quella del gigante Golia, rappresentò metaforicamente il tema morale della vittoria dell’umiltà sull’arroganza.

Sulla lama della spada di David è incisa una sigla: “H-AS-OS”, ovverosia l’abbreviazione del motto agostiniano “Humiltas occidit superbiam” (l’umiltà uccise la superbia) interpretata come “la sua umile richiesta di grazia attraverso un emblema biblico della giustizia divina” (Maurizio Marini, 1987). Secondo la lettura agostiniana, David rappresenterebbe Cristo “e il sottinteso è avvalorato dall’espressione di cristiana pietà con cui il fanciullo guarda al capo mozzo del peccatore” (Maurizio Calvesi, 1986).

David non appare trionfante ma disperato. 

E’ interessante questa testimonianza dello storico dell’arte e scrittore Giovanni Pietro Bellori (1613-1696)(Fig.12), che descrisse così i caratteri somatici di Caravaggio:

“Egli era di colore fosco, ed aveva foschi occhi, nere le ciglia e i capelli…Non lasceremo di annotare li modi stessi nel portamento e vestir suo, usando egli drappi e velluti nobili per adornarsi; ma quando poi si era messo un abito, mai non lo lasciava finché non gli cadeva in cenci. Era negligentissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di un ritratto, servendosene per tovaglio mattina e sera”.

Ci fu un episodio significativo accaduto a Napoli, che segnò profondamente l’ultimo periodo della sua vita. Il 24 ottobre 1609, gli informatori scrissero al Duca di Urbino allo scopo di avvertirlo, che l’artista subì un’aggressione da parte dei cavalieri nell’osteria napoletana del Cerriglio.

Michelangelo Merisi da Caravaggio “Martirio di Sant’Orsola” 1610 olio su tela, 140,5×170,5 Palazzo Zevallos Napoli (Fig.4) 

Baglione (Fig.14) a tal proposito asserì “per li colpi quasi non più si riconosceva”.

Pare, infatti, che il maestro rimase menomato e forse parzialmente accecato dalle ferite da dover trascorrere una lunga convalescenza. Le opere successive, pertanto, sono segnate da un’evidente presenza di sofferenza e sconforto, come si può notare nel “Martirio di Sant’Orsola” (Fig.4), dove il pittore ritrasse il proprio volto dietro a quello della martire. Egli sembra essere stato trafitto dalla freccia assieme alla santa.

E’ curioso sapere che: in occasione del quarto centenario della morte di Caravaggio, il 16 luglio 2010 le Poste Italiane hanno emesso un francobollo da 0,60 raffigurante il dipinto “Davide con la testa di Golia” (Fig.5)

Francobollo emesso il 16 luglio 2010 – “Davide con la testa di Golia” 4° Centenario della morte di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (Fig.5) 

“Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.6).

“Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.6) 

Racconta ancora l’autrice:

Finito il ritratto, a Michel’Angelo era stato affidato un altro lavoro un quadro gigantesco che doveva adornare la sala della cattedrale di San Giovanni dedicata all’iniziazione dei Cavalieri. Michel’Angelo aveva scelto il tema della “Decollazione di San Giovanni Battista”. 

Caravaggio fu un grande maestro perché, attraverso i suoi dipinti, ebbe l’abilità di proiettare la nuda e cruda realtà, rappresentandola nei gesti e nelle espressioni dei personaggi, raffigurati in modo naturale e realistico. I suoi capolavori lanciano dei messaggi chiari, mai occulti, percepibili anche da osservatori inesperti.

Il dipinto la “Decollazione di San Giovanni Battista”(Fig.6) illustra la storia del santo, tratta dal Nuovo Testamento di Matteo e Marco, dove si narra, che Re Erode rinchiuse in prigione Giovanni perché osò rimproverarlo a causa del suo matrimonio illecito con Erodiade. Ella, pertanto, complottò con la figlia Salomè per farlo uccidere. Durante un’esibizione di danza, la figlia approfittò della debolezza del re per chiedergli la testa di Giovanni Battista, che le fu poi consegnata su un vassoio.

Il dipinto venne realizzato da Caravaggio mentre si trovava sull’isola di Malta, dove l’artista si trasferì, con l’intento di entrare a far parte dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Lo scopo era quello di evitare la condanna inflittagli dal papa a causa di un delitto. Solitamente, Giovanni Battista veniva raffigurato subito dopo essere stato decapitato, mentre in questo caso, fu ritratto prima della decapitazione.

Il maestro rappresentò la scena nel cortile di una prigione. Il carnefice chino su Giovanni, gli ha mozzato la testa con un taglio sul collo, lasciandola però ancora attaccata al tronco. Si servirà di un coltello che sta impugnando dietro alla schiena per raggiungere il suo obiettivo.

La storica dell’arte Amalia “Mia” Cinotti scrisse che il carnefice è:

“l’unico boia triste mai creato da un pittore”. 

Il Santo è stato adagiato su una pelle di pecora a simboleggiare un cristiano agnello che è stato sacrificato.

Accanto all’aguzzino, un carceriere, impassibile di fronte al terribile gesto, indica con la mano il vassoio su cui sarà posta la testa del santo.

Una vecchia sconvolta si tiene la testa tra le mani, mentre una giovane serva, personificazione di Salomé, sta reggendo un vassoio; nell’espressione del suo viso traspare un senso di disgusto e di rabbia.

I personaggi centrali sono colpiti dalla luce.

Il dipinto presenta una particolarità, in quanto, risulta l’unico quadro firmato dall’artista: se si osserva da vicino si potrà notare la scritta “F.Michelangelo” (Fig.7). Il maestro scrisse il suo nome con il sangue uscito dal collo mozzato del santo. La lettera “F”, che sta per “fra-fratello”, simboleggia il titolo ufficiale dei cavalieri di San Giovanni. Caravaggio intendeva rappresentare un proclama pubblico, al fine di annunciare, che il suo peccato mortale era stato smacchiato dal sangue del santo patrono, pertanto, avrebbe potuto ritornare a Roma perdonato dal papa.

Dettaglio “Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.7) 

Secondo lo storico dell’arte Rodolfo Papa, l’artista, per ritrarre la figura di Salomé, ha utilizzato un modello della statuaria antica, ovverosia, la “Ninfa con catino” (120-140 d.C.) copia romana marmorea da un originale ellenistico conservata nella Galleria Borghese a Roma (Fig.9-10)

Secondo lo storico dell’arte Rodolfo Papa, l’artista, per ritrarre la figura di Salomé, ha utilizzato un modello della statuaria antica, ovverosia, la “Ninfa con catino” (120-140 d.C.) copia romana marmorea da un originale ellenistico conservata nella Galleria Borghese a Roma (Fig.9-10)

Secondo lo storico dell’arte Rodolfo Papa, l’artista, per ritrarre la figura di Salomé, utilizzò un modello della statuaria antica, ovverosia, la “Ninfa con catino” (120-140 d.C.) copia romana marmorea da un originale ellenistico conservata nella Galleria Borghese a Roma (Fig.9-10).

Dettaglio “Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.8)

“Ninfa con catino” copia romana marmorea da un originale ellenistico. Galleria Borghese Roma  120-140 d.C. (Fig.9)

“Ninfa con catino” copia romana marmorea da un originale ellenistico. Galleria Borghese Roma  120-140 d.C. (Fig.10)

Concattedrale di San Giovanni Battista, La Valletta Malta (inizio costruzione 1573 – completamento 1577)  E’ conservata l’opera “Decollazione di San Giovanni Battista” di Caravaggio  (Fig.11)

Lo storico dell’arte Roberto Longhi (1890-1970) (Fig.13), studioso di Caravaggio, scrisse: 

“L’estrema eccitazione della luce drammatica, suona veramente come l’ultimo, feroce pianto dell’artista”.

La “decollazione del San Giovanni Battista” fu dipinta come pala d’altare per l’oratorio di San Giovanni Decollato (Fig.11). Fu commissionata da Alof de Wignacourt, Gran Maestro dell’Ordine di Malta (1547-1622) (Fig.15) che si impegnò affinché Caravaggio ottenesse la nomina di Cavaliere di devozione.

Il pittore e biografo di artisti Giovanni Baglione (1573-1643) (Fig.14) racconta, che Caravaggio gli dedicò un ritratto ora conservato nel Musèe de Louvre a Parigi (Fig.15).

Bellori riferisce che il committente Wignacourt, talmente soddisfatto dell’opera disse:

“In quest’opera il Caravaggio usò ogni potere del suo pennello, avendovi lavorato con tanta fierezza che lasciò in mezze tinte l’imprimitura della tela: si che, oltre l’onore della croce il Gran Maestro gli pose al collo una ricca collana d’oro e gli fece dono di due schiavi”. 

Trattandosi di una tela di grandi dimensioni (351×520) l’artista creò un’opera di grande effetto visivo. Egli fece coincidere le misure della tela con quelle della parete di fondo. Inoltre, la luce che proviene dalla finestra originale, corrisponde con quella rappresentata sul dipinto. Questa nota distintiva, assieme ai personaggi principali a dimensione naturale, intensifica la drammaticità dell’evento, in quanto, rende lo spettatore maggiormente partecipe, sentendosi coinvolto in prima persona.

Carlo Maratta (1625-1713) “Ritratto di Giovanni Pietro Bellori” Roma Collezione Privata (Fig.12)

Ottavio Leoni “Ritratto di Giovanni Baglione” 1625 Incisione cm. 11,3×14,4 Chicago Art Institute (Fig.14)

Michelangelo Merisi da Caravaggio “Ritratto di Alof de Wignacourt” 1607-1608 – Olio su tela – 195×134 Musèe de Louvre Parigi (Fig.15) 

Michelangelo Merisi da Caravaggio “Conversione di San Paolo” 1600-160 Basilica di Santa Maria del Popolo, Cappella Cerasi – Roma cm. 230×175 olio su tela (Fig.16) 

Termino l’articolo riportando una pensiero di Pablo Picasso, che mi commuove, soprattutto perché mi fa riflettere sulla grandezza dell’arte. Egli, mentre stava elaborando l’opera la “Guernica”, osservando il cavallo della “Conversione di San Paolo” di Caravaggio (Fig.16) scrisse a Salvador Dalì:

“Voglio che sia così realistico, proprio come in Caravaggio, che si possa sentire il lezzo del sudore”. 

Arrivederci in arte

Manuela

Uno Sguardo alle Opere d’Arte citate nel Romanzo “Il Vendicatore Oscuro” di Annalisa Stancanelli

A cura di Manuela Moschin

Su Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano,1571-Porto Ercole,1610) (Fig.3) si è scritto molto, uno degli artisti più enigmatici e rivoluzionari che sia mai esistito. Le straordinarie opere e le vicissitudini dell’artista hanno incuriosito da sempre biografi e critici d’arte di tutto il mondo. L’articolo potrebbe risultare una sorta di ripasso, in quanto, l’artista unico nel suo genere, è tutt’oggi oggetto di un’infinità di studi, analisi e dibattiti. Spero ugualmente di riuscire a catturare la vostra attenzione, nei confronti di questo piccolo omaggio a un artista a dir poco prodigioso.

Il romanzo “il Vendicatore Oscuro” di Annalisa Stancanelli, rappresenta una meravigliosa opportunità per potersi addentrare in un periodo della vita dell’artista, rivivendo i suoi drammi e stati d’animo sofferti nella Sicilia del 1608.

Caravaggio, in quel periodo, fuggì da Malta e si rifugiò a Siracusa, dove fu accolto in un convento di frati che lo curarono.

L’autrice, una rinomata saggista,  si è dedicata appassionatamente alla stesura del romanzo attraverso un accurato studio e un’approfondita ricerca storico-artistica.

La scrittrice descrive splendidamente i luoghi più suggestivi della città di Siracusa e i capolavori di un artista che ha pochi eguali nella storia dell’arte. Ella, studiosa ed esperta della vita e delle opere di Caravaggio, ha avuto l’abilità di creare un intreccio di storia, arte, religione e gastronomia, considerato di grande interesse per il lettore amante della cultura.

Una serie di spaventosi crimini rendono il racconto alquanto avvincente e misterioso, ricco di suspence.

La passione e l’amore naturalmente non mancano. Luce è la modella che ha posato per l’artista e senza svelarvi la travolgente trama, vi lascio alla lettura di questo splendido capolavoro che mi ha appassionata moltissimo per vari motivi. Innanzitutto è un noir intrigante, caratterizzato da una scrittura scorrevole e amabile. In secondo luogo, l’autrice ha avuto una grande maestria nel rendere partecipe il lettore facendolo immergere nel romanzo.

Complimenti ad Annalisa che ha dedicato a un artista ammirato da tutti, una preziosa narrazione, che per gli appassionati di Caravaggio, rappresenta una ricca fonte di informazioni. 

Caravaggio è stato uno degli artisti più rivoluzionari e anticonvenzionali della storia dell’arte. Egli dotato di una personalità impulsiva, in conflitto con se stesso e con il mondo, è considerato un genio della pittura, poiché è riuscito ad apportare un profondo rinnovamento alla corrente artistica della tradizione italiana. Il maestro è da sempre un esempio di raffinatezza ed eccellenza che perdura fino ai nostri giorni.

Il malessere dell’uomo e della condizione umana sono stati espressi da Caravaggio, mediante l’utilizzo straordinario della luce, che illuminando i personaggi, dona loro un’intensità psicologica, ricca di pathos.

L’osservatore ammirando i suoi capolavori, si sente trasportato emotivamente e immedesimandosi nelle figure, rivive i loro stati d’animo. I vissuti e la sofferenza dell’artista sono rappresentati magistralmente, capaci di commuovere e di travolgere l’anima facendo riflettere sulla condizione umana.

La rivoluzione deriva dal fatto, che l’artista superò il concetto tradizionale della pittura. Le sue opere sono dipinte con naturalismo, attraverso un sapiente utilizzo della luce, che rende i personaggi attori su un palcoscenico. Essi spiccano sulla scena da uno sfondo scuro, tramite un gioco di luci e ombre, favorendo un effetto tridimensionale che cattura e trascina lo spettatore.

Lo storico dell’arte Maurizio Calvesi definisce così l’artista:

“Il drammaturgo del pennello, il Caravaggio può trovare riscontro nel contemporaneo Shakespeare”.

Ora lasciamoci coinvolgere da queste sorprendenti opere citate dall’autrice Stancanelli nel suo lodevole romanzo “Il Vendicatore Oscuro”: “David con la testa di Golia” e la “Decollazione di San Giovanni Battista”

“Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-1610 – olio su tela (cm.125×100) Galleria Borghese, Roma (Fig.1-2).

“Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-1610 – olio su tela (cm.125×100) Galleria Borghese, Roma (Fig.1).

Racconta l’autrice Annalisa Stancanelli:

“Parlaci della prigione, maestro Merisi, a quali soggetti hai pensato mentre eri a Sant’Angelo?”, intervenne così di botto Cardarelli suscitando lo sguardo sorpreso di Minniti che si affrettò a lanciargli un’occhiata di disapprovazione.”Ho pensato a un altro “Davide con la testa di Golia”, potrei farlo con la tua testa, stavolta. Che ne pensi?”, rispose Michel’Angelo, riferendosi al quadro in cui Davide teneva in mano la testa mozzata del nemico Golia.

Dettaglio “Davide con la testa di Golia” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-1610 – olio su tela (cm.125×100) Galleria Borghese, Roma (Fig.2) 

“Ritratto del Caravaggio” di Ottavio Leoni 1621 (Fig.3)

I capolavori della fase finale della vita di Caravaggio: il “David con la testa di Golia” (Fig.1-2) e la “Decollazione di San Giovanni Battista” (Fig.6) sono accumunati dal tema della decapitazione, che entra nella testa dell’artista come una sorta di ossessione. 

Il “David con la testa di Golia” è considerato il quadro del perdono, in quanto, secondo quanto riportato da Giovanni Pietro Bellori (Fig.12), il maestro lo donò al cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V con la speranza di ricevere la grazia a seguito di una condanna a morte per l’omicidio di Ranuccio Tomassoni. 

Il collezionista Borghese gli concesse la grazia, ma alla sola condizione di possedere tutti i dipinti invenduti del pittore. Egli fu graziato, ma ormai fu troppo tardi, in quanto morì, pare per una febbre malarica a Porto Ercole e la sua tomba non fu mai ritrovata. 

“Davide con la testa di Golia” è probabilmente l’ultima opera dell’artista, che dipinse poco prima di morire. Il maestro riprodusse se stesso, come simbolo del peccato, manifestato sul volto di Golia con realismo crudele. Davide che emerge mesto da uno sfondo scuro, impugnando la spada ha sconfitto Golia. Egli lo osserva con commossa partecipazione e compassione dopo averlo decapitato. La fronte corrugata e la bocca aperta, donano al volto di Golia, un’espressione disperata e straziante. Sembra l’emblema di Caravaggio, che tramite la sua sofferenza manifesta il dramma della pena capitale.

Lo storico dell’arte e saggista Costantino D’Orazio (1972) scrisse:

“Il dettaglio più intenso dell’opera è l’occhio perso nel vuoto sul capo mozzato in primo piano, con la bocca spalancata per effetto del peso della mascella e il sangue che non smette mai di colare a terra. Fra gli occhi si vede ancora il segno rosso del colpo mortale sferrato da Davide con la sua arma rudimentale”.

L’insigne storico dell’arte Claudio Strinati (1948) in un documentario dedicato all’artista, fece alcune osservazioni molto toccanti: 

 “in questo quadro la condanna a morte è stata eseguita ma la pena di morte non esiste poiché ella non è una pena, è inutile uccidere perché si verificherebbe il passaggio in un’altra dimensione, non è lei portatrice di dolore ma è la vita”. 

Il pittore, attraverso la figura biblica del David e quella del gigante Golia, rappresentò metaforicamente il tema morale della vittoria dell’umiltà sull’arroganza.

Sulla lama della spada di David è incisa una sigla: “H-AS-OS”, ovverosia l’abbreviazione del motto agostiniano “Humiltas occidit superbiam” (l’umiltà uccise la superbia) interpretata come “la sua umile richiesta di grazia attraverso un emblema biblico della giustizia divina” (Maurizio Marini, 1987). Secondo la lettura agostiniana, David rappresenterebbe Cristo “e il sottinteso è avvalorato dall’espressione di cristiana pietà con cui il fanciullo guarda al capo mozzo del peccatore” (Maurizio Calvesi, 1986).

David non appare trionfante ma disperato. 

E’ interessante questa testimonianza dello storico dell’arte e scrittore Giovanni Pietro Bellori (1613-1696)(Fig.12), che descrisse così i caratteri somatici di Caravaggio:

“Egli era di colore fosco, ed aveva foschi occhi, nere le ciglia e i capelli…Non lasceremo di annotare li modi stessi nel portamento e vestir suo, usando egli drappi e velluti nobili per adornarsi; ma quando poi si era messo un abito, mai non lo lasciava finché non gli cadeva in cenci. Era negligentissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di un ritratto, servendosene per tovaglio mattina e sera”.

Ci fu un episodio significativo accaduto a Napoli, che segnò profondamente l’ultimo periodo della sua vita. Il 24 ottobre 1609, gli informatori scrissero al Duca di Urbino allo scopo di avvertirlo, che l’artista subì un’aggressione da parte dei cavalieri nell’osteria napoletana del Cerriglio.

Michelangelo Merisi da Caravaggio “Martirio di Sant’Orsola” 1610 olio su tela, 140,5×170,5 Palazzo Zevallos Napoli (Fig.4) 

Baglione (Fig.14) a tal proposito asserì “per li colpi quasi non più si riconosceva”.

Pare, infatti, che il maestro rimase menomato e forse parzialmente accecato dalle ferite da dover trascorrere una lunga convalescenza. Le opere successive, pertanto, sono segnate da un’evidente presenza di sofferenza e sconforto, come si può notare nel “Martirio di Sant’Orsola” (Fig.4), dove il pittore ritrasse il proprio volto dietro a quello della martire. Egli sembra essere stato trafitto dalla freccia assieme alla santa.

E’ curioso sapere che: in occasione del quarto centenario della morte di Caravaggio, il 16 luglio 2010 le Poste Italiane hanno emesso un francobollo da 0,60 raffigurante il dipinto “Davide con la testa di Golia” (Fig.5)

Francobollo emesso il 16 luglio 2010 – “Davide con la testa di Golia” 4° Centenario della morte di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (Fig.5) 

“Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.6).

“Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.6) 

Racconta ancora l’autrice:

Finito il ritratto, a Michel’Angelo era stato affidato un altro lavoro un quadro gigantesco che doveva adornare la sala della cattedrale di San Giovanni dedicata all’iniziazione dei Cavalieri. Michel’Angelo aveva scelto il tema della “Decollazione di San Giovanni Battista”. 

Caravaggio fu un grande maestro perché, attraverso i suoi dipinti, ebbe l’abilità di proiettare la nuda e cruda realtà, rappresentandola nei gesti e nelle espressioni dei personaggi, raffigurati in modo naturale e realistico. I suoi capolavori lanciano dei messaggi chiari, mai occulti, percepibili anche da osservatori inesperti.

Il dipinto la “Decollazione di San Giovanni Battista”(Fig.6) illustra la storia del santo, tratta dal Nuovo Testamento di Matteo e Marco, dove si narra, che Re Erode rinchiuse in prigione Giovanni perché osò rimproverarlo a causa del suo matrimonio illecito con Erodiade. Ella, pertanto, complottò con la figlia Salomè per farlo uccidere. Durante un’esibizione di danza, la figlia approfittò della debolezza del re per chiedergli la testa di Giovanni Battista, che le fu poi consegnata su un vassoio.

Il dipinto venne realizzato da Caravaggio mentre si trovava sull’isola di Malta, dove l’artista si trasferì, con l’intento di entrare a far parte dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Lo scopo era quello di evitare la condanna inflittagli dal papa a causa di un delitto. Solitamente, Giovanni Battista veniva raffigurato subito dopo essere stato decapitato, mentre in questo caso, fu ritratto prima della decapitazione.

Il maestro rappresentò la scena nel cortile di una prigione. Il carnefice chino su Giovanni, gli ha mozzato la testa con un taglio sul collo, lasciandola però ancora attaccata al tronco. Si servirà di un coltello che sta impugnando dietro alla schiena per raggiungere il suo obiettivo.

La storica dell’arte Amalia “Mia” Cinotti scrisse che il carnefice è:

“l’unico boia triste mai creato da un pittore”. 

Il Santo è stato adagiato su una pelle di pecora a simboleggiare un cristiano agnello che è stato sacrificato.

Accanto all’aguzzino, un carceriere, impassibile di fronte al terribile gesto, indica con la mano il vassoio su cui sarà posta la testa del santo.

Una vecchia sconvolta si tiene la testa tra le mani, mentre una giovane serva, personificazione di Salomé, sta reggendo un vassoio; nell’espressione del suo viso traspare un senso di disgusto e di rabbia.

I personaggi centrali sono colpiti dalla luce.

Il dipinto presenta una particolarità, in quanto, risulta l’unico quadro firmato dall’artista: se si osserva da vicino si potrà notare la scritta “F.Michelangelo” (Fig.7). Il maestro scrisse il suo nome con il sangue uscito dal collo mozzato del santo. La lettera “F”, che sta per “fra-fratello”, simboleggia il titolo ufficiale dei cavalieri di San Giovanni. Caravaggio intendeva rappresentare un proclama pubblico, al fine di annunciare, che il suo peccato mortale era stato smacchiato dal sangue del santo patrono, pertanto, avrebbe potuto ritornare a Roma perdonato dal papa.

Dettaglio “Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.7) 

Secondo lo storico dell’arte Rodolfo Papa, l’artista, per ritrarre la figura di Salomé, ha utilizzato un modello della statuaria antica, ovverosia, la “Ninfa con catino” (120-140 d.C.) copia romana marmorea da un originale ellenistico conservata nella Galleria Borghese a Roma (Fig.9-10)

Secondo lo storico dell’arte Rodolfo Papa, l’artista, per ritrarre la figura di Salomé, ha utilizzato un modello della statuaria antica, ovverosia, la “Ninfa con catino” (120-140 d.C.) copia romana marmorea da un originale ellenistico conservata nella Galleria Borghese a Roma (Fig.9-10)

Secondo lo storico dell’arte Rodolfo Papa, l’artista, per ritrarre la figura di Salomé, utilizzò un modello della statuaria antica, ovverosia, la “Ninfa con catino” (120-140 d.C.) copia romana marmorea da un originale ellenistico conservata nella Galleria Borghese a Roma (Fig.9-10).

Dettaglio “Decollazione di San Giovanni Battista” di Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1608 – olio su tela (cm.361×520) Concattedrale di San Giovanni, La Valletta – Malta (Fig.8)

“Ninfa con catino” copia romana marmorea da un originale ellenistico. Galleria Borghese Roma  120-140 d.C. (Fig.9)

“Ninfa con catino” copia romana marmorea da un originale ellenistico. Galleria Borghese Roma  120-140 d.C. (Fig.10)

Concattedrale di San Giovanni Battista, La Valletta Malta (inizio costruzione 1573 – completamento 1577)  E’ conservata l’opera “Decollazione di San Giovanni Battista” di Caravaggio  (Fig.11)

Lo storico dell’arte Roberto Longhi (1890-1970) (Fig.13), studioso di Caravaggio, scrisse: 

“L’estrema eccitazione della luce drammatica, suona veramente come l’ultimo, feroce pianto dell’artista”.

La “decollazione del San Giovanni Battista” fu dipinta come pala d’altare per l’oratorio di San Giovanni Decollato (Fig.11). Fu commissionata da Alof de Wignacourt, Gran Maestro dell’Ordine di Malta (1547-1622) (Fig.15) che si impegnò affinché Caravaggio ottenesse la nomina di Cavaliere di devozione.

Il pittore e biografo di artisti Giovanni Baglione (1573-1643) (Fig.14) racconta, che Caravaggio gli dedicò un ritratto ora conservato nel Musèe de Louvre a Parigi (Fig.15).

Bellori riferisce che il committente Wignacourt, talmente soddisfatto dell’opera disse:

“In quest’opera il Caravaggio usò ogni potere del suo pennello, avendovi lavorato con tanta fierezza che lasciò in mezze tinte l’imprimitura della tela: si che, oltre l’onore della croce il Gran Maestro gli pose al collo una ricca collana d’oro e gli fece dono di due schiavi”. 

Trattandosi di una tela di grandi dimensioni (351×520) l’artista creò un’opera di grande effetto visivo. Egli fece coincidere le misure della tela con quelle della parete di fondo. Inoltre, la luce che proviene dalla finestra originale, corrisponde con quella rappresentata sul dipinto. Questa nota distintiva, assieme ai personaggi principali a dimensione naturale, intensifica la drammaticità dell’evento, in quanto, rende lo spettatore maggiormente partecipe, sentendosi coinvolto in prima persona.

Carlo Maratta (1625-1713) “Ritratto di Giovanni Pietro Bellori” Roma Collezione Privata (Fig.12)

Ottavio Leoni “Ritratto di Giovanni Baglione” 1625 Incisione cm. 11,3×14,4 Chicago Art Institute (Fig.14)

Michelangelo Merisi da Caravaggio “Ritratto di Alof de Wignacourt” 1607-1608 – Olio su tela – 195×134 Musèe de Louvre Parigi (Fig.15) 

Michelangelo Merisi da Caravaggio “Conversione di San Paolo” 1600-160 Basilica di Santa Maria del Popolo, Cappella Cerasi – Roma cm. 230×175 olio su tela (Fig.16) 

Termino l’articolo riportando una pensiero di Pablo Picasso, che mi commuove, soprattutto perché mi fa riflettere sulla grandezza dell’arte. Egli, mentre stava elaborando l’opera la “Guernica”, osservando il cavallo della “Conversione di San Paolo” di Caravaggio (Fig.16) scrisse a Salvador Dalì:

“Voglio che sia così realistico, proprio come in Caravaggio, che si possa sentire il lezzo del sudore”. 

Arrivederci in arte

Manuela

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