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Antonella Giuffrida intervista Luigi La Rosa - Ed. Piemme

Autore del libro "L'uomo senza inverno"

Buongiorno caro Luigi, grazie per avere accettato l’invito per questa intervista che sono sicura non smetterà di stupire il lettore. Grazie per averci regalato un po' del tuo tempo, prezioso per una persona dalla vita frenetica come la tua. A tal proposito , prima di addentrarci nella vita del tuo Gustave, è bene che i frequentatori del blog LIBRARTE ti conoscano!

Luigi La Rosa è uno scrittore nato a Messina nel 1974; ormai da anni divide la sua vita tra l’Italia e Parigi che è diventata la sua seconda casa. Collabora con quotidiani e riviste ed è docente di scrittura creativa. Fra i suoi precedenti libri ricordiamo: Pensieri di Natale, Pensieri erotici, L’anno che verrà e L’alfabeto dell’amore editi da Rizzoli bur. Ha pubblicato anche un racconto nell’ antologia Quello che c’è tra di noi – storie d’amore omosessuale, Manni editore. E’ l’autore Solo a Parigi e non altrove e Quel nome è amore, editi da Ad Est dell’Equatore, entrambi ambientati a Parigi e personalmente penso siano libri che accompagnano il lettore a visitare non solo i luoghi di questa città meravigliosa ma anche ad incontrare artisti che a Parigi hanno lasciato un segno della loro visita. Per Touring Club ha curato la sezione letteraria e artistica dell’ultima guida verde di Parigi.

Gran parte dei tuoi libri sono ambientati a Parigi, che, come detto nella premessa, è diventata la tua seconda casa. Come mai la scelta di Parigi….” e non altrove”? La scelta è stata dettata da un episodio in particolare? Essendo anche io messinese, sento quasi un dovere morale chiederti cosa hai trovato a Parigi di diverso e di simile alla tua città natale?

Parigi è stata la grande scoperta della mia vita. Una scoperta casuale, legata a un viaggio di piacere, ma che ha cambiato completamente il mio destino. Parigi è qualcosa in più non soltanto rispetto a Messina, ma a qualunque altra città, per quel che mi riguarda. È il luogo in cui si sono raccolte le energie di uomini e donne straordinari, di artisti immensi, che hanno fatto delle loro vite dei capolavori. Non vi sono parole per esprimere quello che nel mio primo libro parigino definisco “uno schiaffo di bellezza”. Ecco, Parigi è un’emozione forte.


Nelle storie che narri c’è qualcosa di autobiografico?

Spesso sì, com’è accaduto nei primi due libri su Parigi dove io-personaggio entro ed esco dagli eventi narrati con chiari riferimenti personali alla mia vita, ai miei viaggi, al mio lavoro. In ogni caso, scriviamo sempre di noi, anche quando raccontiamo altro.



Come è stata la vita di Luigi La Rosa da bambino? Quanto hanno inciso la formazione scolastica e la famiglia nel tuo interesse per la lettura e la scrittura?

La mia infanzia ha influito poco, a dire il vero, sulla scelta di scrivere. È stata maggiormente l’adolescenza a dettare le basi di una passione – quella per la lettura e per la parola - che sarebbe coincisa con la vita. Ricordo che intorno ai dodici anni acquistati “Menzogna e sortilegio” della Morante. Lo lessi senza pause, come si manda giù un liquore inebriante. Mi immersi in quel librone come se fossi scivolato in una profonda apnea. Me ne ubriacai. Non ne sono mai uscito, probabilmente.


All’inizio del tuo libro scrivi: “Certi uomini non conoscono inverno. Questa è la storia di uno di essi.” Molti artisti da te narrati nelle storie, muoiono giovani e non a caso anche Caillebotte; il titolo del romanzo ci fa comprendere che il pittore non abbia vissuto l’inverno sia anagraficamente ma direi anche artisticamente. Come mai, secondo te, il nostro Gustave, nonostante l’enorme talento, non sia stato scoperto dagli storici dell’arte francese?

Vari fattori hanno contribuito a oscurare il mito del grande Gustave Caillebotte. In primo luogo, io credo, il pregiudizio sulla sua omosessualità taciuta, o comunque ancora poco indagata. Poi, la differenza tra il suo stile e quello degli altri amici Impressionisti. Una differenza che l’ha allontanato, oscurato. Infine, il fatto di essere considerato una sorta di ricco mecenate. Il suo stato sociale è stato in qualche misura un fardello. Questo ha adombrato completamente la meraviglia della sua pittura e dei suoi dipinti. Fattori che sommati hanno decretato una sorta di colpevole silenzio intorno alla vita e all’opera di quello che rimane, a mio parere, uno dei massimi geni dell’Impressionismo.


In Tutti i tuoi libri c’è sempre spazio per gli ultimi, per gli emarginati e per chi non ha avuto l’importanza storica che avrebbe meritato. Così succede a Gustave Caillebotte, al quale tu hai restituito soprattutto la dignità artistica al punto da considerarlo adesso come protagonista dell’impressionismo. Cosa ti ha avvicinato a questo personaggio dal punto di vista artistico e/o umano?

Io credo fermamente in una letteratura del riscatto, del risarcimento. Scrivere di chi è già famoso, di chi ha già avuto il suo riconoscimento pubblico mi interessa poco. Mi piace invece cogliere le zone d’ombra della grande Storia, quegli snodi nei quali le semplici storie umane, fatte di miseria e sofferenza, hanno incrociato i grandi percorsi epocali. Mi piace narrare di piccoli e grandi uomini, che poi sono un po’ la stessa cosa. L’umanità è una, ed è la sua ricchezza la molla che mi spinge a raccontarla e studiarla a fondo.