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  • Manuela Moschin

Carlo Lucarelli "In quell'inverno di guerra"


A cura di Paolo Beretti

"... quei due, prima o poi sarebbero scomparsi dentro il portico, che a Bologna, anche con la luce di quel sole di mezza mattina, invernale ma limpido, anche così, un po' protegge e un po' nasconde"

Una storia interamente calata in un contesto che determina gli eventi e fa muovere i personaggi. Lucarelli, esperto di noir e misteri italiani, tra romanzi e televisione, ha presentato nella splendida cornice serale dell'Archiginnasio di Bologna il suo ultimo scritto, dedicato al commissario De Luca. Le altre storie di questo detective - qui in veste di vicecomandante della Polizia Politica della Repubblica Sociale italiana - si sono svolte prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale; ora possiamo vedere cosa gli accadde negli ultimi mesi del regime fascista, subito prima dell'arrivo degli Alleati, in eventi che lo allontanarono dalle responsabilità delle istituzioni che stavano perdendo la guerra e lo prepararono a rimanere al suo posto anche col cambio di governo nella nuova Italia post-bellica: Carlo Lucarelli, "L'inverno più nero", Einaudi, Torino, 2020 (la copertina è di Falcinelli e Martin).

Chi conosce Bologna stenterà a riconoscerla nella descrizione che ne fa l'autore, in un momento drammatico della sua storia; anche i racconti dei parenti che vissero quel periodo non riescono a rendere pienamente quel clima pericoloso; mentre Lucarelli è stato capace di ricostruire a tutto tondo luogo, tempo e persone, facendoci immergere tra portici in piena ombra, strade innevate, cantine allagate, notti da coprifuoco all'interno della Sperrzone del centro storico. Gli Alleati, risalendo l'Italia dopo la conquista della capitale, erano arrivati in prossimità della Pianura Padana; in attesa del passaggio dell'inverno si erano attestati sull'Appennino, lungo quella "linea gotica" difensiva che i tedeschi avevano allestito nella vana speranza di arrestare l'avanzata dell'esercito nemico, seguendo gli ordini del loro folle capo. Con la prossimità del fronte, la forzata attesa imposta dagli americani e i continui attentati compiuti dai partigiani, le SS si erano da poco rese responsabili della strage di Marzabotto, guidati lungo i sentieri di Monte Sole da persone del posto mai in seguito individuate: camicie nere che parlavano l'accento di quei piccoli abitati ora scomparsi. Bologna si trovò così nel mezzo di un conflitto che rievoca quello lontano che l'aveva stretta tra Longobardi e Bizantini: come allora, la città si era ridotta a un paese di profughi in balia degli eventi, in attesa di conoscere il loro destino e occupati solamente a sopravvivere. Una parte dei cittadini ne era uscita per andare sfollata sui monti; altri, dalle campagne, si erano rifugiati in città, affollandola all'inverosimile: i cortili erano abitati da animali da cortile, le piazze e gli slarghi erano coltivati a grano, le case diroccate dai bombardamenti americani si erano riempite di famiglie, come pure gli spalti del Teatro del Corso, ridotto a uno scheletro e mai più ricostruito; le cronache del Resto del Carlino riportano di furti di coperte e compravendite di pellicce usate. Il freddo rigido rese tutto ancor più difficile, con i generi alimentari razionati, le tessere annonarie, il mercato nero... il titolo di questo giallo, che è anche un autentico romanzo storico, parla appunto di questa situazione, un inverno annerito dalla guerra e dall'occupazione del nero nazista che comandava sui residui da farsa del nero fascista. Quando capita di osservare le foto d'epoca, ciò che più atterrisce, oltre ai monumenti imballati e alle strade distrutte, è la selva di cartelli intimidatori scritti in tedesco, colmi di lugubri Verboten.

Lucarelli ha dichiarato di non stare dalla parte del suo protagonista, non ne condivide la scelta di rimanere all'interno delle istituzioni della Repubblica di Salò, ma costruisce un individuo perfettamente credibile e comprensibile nella posizione di poliziotto che mette le sue doti di acuto investigatore al servizio delle indagini sui crimini comuni. De Luca si esalta nella ricerca di indizi e quando sente vicina la soluzione di un "caso", ostinandosi a mantenere la distanza dalle crudeltà compiute dai suoi colleghi, coprendosi le orecchie per non far sentire alla propria coscienza le urla dei torturati. Rimanendo all'interno di quel clima terribile non poteva però rimanere a lungo neutrale, quindi nel corso della vicenda assistiamo ad una brava persona che, messa alle strette da più parti, fa quel che ritiene più giusto, spingendosi a rischiare la propria vita nonostante non si tratti di un coraggioso eroe, ma di un uomo comune, atterrito dai brividi invernali e dai tremori del puro terrore, ridicolizzato dai nazisti dagli occhi gelidi. Il comandante si trova da subito alle prese con tre omicidi compiuti nella stessa giornata, che stuzzicano la sua curiosità in un intrico di sospettati tutti potenzialmente colpevoli, ma non potrà rendere conto delle sue scoperte al suo superiore, fascista paranoico ed esaltato, dato che per la risoluzione di ogni omicidio sarà pressato da più direzioni: da una parte la prefettura, che vuole sganciarsi dal fascismo e prepararsi al prossimo rivolgimento di governo; dall'altra gli ufficiali nazisti, che minacciano ritorsioni sui detenuti del carcere di San Giovanni in Monte (che sappiamo venire condotti a piedi in collina per essere fucilati e lasciati cadere nel calanco di Sabbiuno); e persino la Resistenza, infiltrata tra i locali della questura e quelli dell'obitorio, si arrischierà a chiedere a De Luca dei favori. "...il truciolato non bastava a tenere lontano, assieme al freddo, le voci dei grandi e le grida dei bambini, De Luca e la Sandrina non sembravano neppure sentirle, concentrati lei nei propri pensieri e De Luca in quelli di lei". Il linguaggio di Lucarelli alimenta la tensione, incastra i pensieri del comandante tra le descrizioni di luoghi e sensazioni, suoni e odori, in un flusso continuo.

Per chi abita a Bologna da una vita risulta ancor più coinvolgente calarsi in quegli eventi calati nelle strade del mio quartiere, nei locali dell'obitorio incuneato tra gli edifici dove mi sono formato artisticamente, nella stanza delle torture della Gestapo che aveva sede in una palazzina adiacente ai Giardini Margherita, dove passo ogni giorno andando al lavoro. E immaginando il clima che doveva aver vissuto mio nonno, il quale proprio in quegli anni aveva iniziato a lavorare in Questura, senza però lasciare il racconto di ciò a cui aveva assistito.

Peccato che i correttori di bozze (ben tre) abbiano lasciato non corrette parecchie sviste di digitazione, e questo per una editrice prestigiosa come l'Einaudi non è davvero scusabile.

Il libro

1944, Bologna sta vivendo il suo «inverno piú nero». La città è occupata, stretta nella morsa del freddo, ferita dai bombardamenti. Ai continui episodi di guerriglia partigiana le Brigate Nere rispondono con tale ferocia da mettere in difficoltà lo stesso comando germanico. Anche per De Luca, ormai inquadrato nella polizia politica di Salò, quei mesi maledetti sono un progressivo sprofondare all'inferno. Poi succede una cosa. Nella Sperrzone, il centro di Bologna sorvegliato dai soldati della Feldgendarmerie, pieno di sfollati, con i portici che risuonano dei versi degli animali ammassati dalle campagne, vengono ritrovati tre cadaveri. Tre omicidi su cui il commissario è costretto a indagare per conto di tre committenti diversi e con interessi contrastanti. Convinti che solo lui possa aiutarli.


«Alle 17:10, al primo calare del sole, il coprifuoco avrebbe trasformato il suk dentro le mura di Bologna in una città fantasma, accecata dall'oscuramento e muta, a parte gli scarponi delle pattuglie o quelli dei partigiani. Ma fino a quel momento, quella casbah fradicia e sporca, che scoppiava di voci rombando sorda come un treno in una galleria, brulicava di gente che cercava qualcosa, la neve, il burro, una sigaretta, un attimo in piú per superare quello che per tutti, dall'inizio della guerra, forse da sempre, era l'inverno piú ruvido e freddo. L'inverno piú nero».



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