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L’eresia di Paolo Veronese nel Convito in casa di Levi


Paolo Veronese "Convito in casa di Levi" 1573, olio su tela, cm. 555x1310, Gallerie dell’Accademia, Venezia (Fig.1)

A cura di Manuela Moschin

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L'articolo è stato scritto per il sito La voce di Venezia:

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Venezia, città incantevole tra le più ammirate al mondo, custodisce tesori d’arte di cospicuo valore. È sorprendente la quantità di opere d’arte conservate nel capoluogo lagunare, dove ogni angolo racconta una storia e costituisce uno scrigno prezioso, che arricchisce l’anima di nobile bellezza.

Da contemplare nei suoi pregiati beni, appartenenti al patrimonio storico e artistico, si distingue per essere un centro culturale straordinario.

Ora desidero proporre un dipinto di notevoli dimensioni, che si trova nel Museo alle Gallerie dell’Accademia, situato nel sestiere di Dorsoduro, vicino al ponte dell’Accademia. Si tratta di un luogo ricco di fascino, che conserva una ricca collezione d’arte veneziana e veneta. Tintoretto, Tiziano, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Cima da Conegliano e Veronese sono solo alcuni dei maestri presenti nella mostra permanente.

Il pittore di cui parlo oggi è Paolo Caliari detto il Veronese (Verona, 1528-Venezia,1588), chiamato così proprio perché era nato a Verona. All’inizio della sua carriera artistica si formò nella città natale, poi si stabilì a Venezia, dove morì nel 1588. Per chi avesse modo di visitare la chiesa di San Sebastiano di Venezia, dove tra l’altro sono conservate anche le sue spoglie, avrà la possibilità di vedere un ciclo pittorico del maestro.

La tela conservata alle Gallerie dell’Accademia è il Convito in casa di Levi (Fig.n.1) del 1573, che in origine fu realizzata su commissione dei religiosi Domenicani per il refettorio del convento dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, in sostituzione di un dipinto di Tiziano Vecellio, bruciato in un incendio. L’opera possiede caratteristiche monumentali, poiché misura quasi tredici metri, distribuiti su una superficie di settanta metri quadri circa.

È da evidenziare che in realtà il dipinto avrebbe dovuto riprodurre un’Ultima Cena, ma a seguito di una censura, nella quale il pittore venne accusato di eresia dal Tribunale della Santa Inquisizione, alla tela fu cambiato il titolo, destinando l’opera a un soggetto diverso.

Il Sant’Uffizio ritenne che il dipinto non illustrasse propriamente il sacramento dell’eucarestia, ma un semplice banchetto, presenziato da figure inconsuete. Il richiamo nello specifico si riferisce al servitore che perde sangue dal naso (Fig.2), ai buffoni, ai nani (Fig.3) e agli individui ebbri.

Il pittore tuttavia si difese dicendo: «nui pitori si pigliamo la licentia che si piglino i poeti et i matti. Se nel quadro vi avanza spacio io l’adorno di figure, secondo le inventioni».

Fu così che Veronese risolse il guazzabuglio, ossia rappresentando un episodio del Vangelo di Luca (5, 29), dove si narra che un esattore delle tasse di nome Levi ospitò Gesù, offrendogli un banchetto. Paolo dunque si preoccupò di modificare soltanto il soggetto, lasciando inalterati i personaggi e apponendo l’iscrizione: «FECIT D. COVI. MAGNU. LEVI – LUCAE CAP. V.».

Ed è proprio ciò che appare nel porticato a tre arcate di gusto rinascimentale, dove la scena è ambientata su illusorie architetture classicheggianti in una città irreale, mediante un disegno minuzioso su uno sfondo azzurro. Il punto di fuga è collocato nell’arcata centrale, dove è situato Cristo, seduto tra Pietro e Giovanni, mentre ai lati ci sono gli altri apostoli con una serie di personalità appartenenti a diverse fasce sociali. Fanciulli, nobili vestiti con ricchi abiti, gente comune e altra di statura ridotta contribuiscono ad animare la scena in un turbinio di colori. Da notare che al di sopra delle volte, Veronese dipinse alcune sculture che, assieme agli ordini architettonici e al pavimento intarsiato, costituiscono la prova del profondo interesse dell’artista per i canoni greci classici. Entrando nei dettagli dell’opera è possibile distinguere il tipico stile veneziano, osservabile nei merletti della tovaglia, nei tessuti, nei vetri e in un altro singolare oggetto di uso quotidiano, ovvero il piròn, termine derivante dal greco antico, che indica la forchetta a due rebbi. È curioso sapere che l’utensile da cucina apparve anche durante l’interrogatorio dell’inquisizione: «L’è uno, che ha un piron, che si cura i denti.» (Fig.4)

Addentrandosi nei particolari è possibile identificare anche alcuni animali, come un pappagallo, due cani e un gatto (Fig. 5), posto vicino alla tovaglia.

L’insieme della composizione evidenzia uno stile gioioso nei colori brillanti e marcati. Le vesti dei protagonisti spiccano nei toni caldi e freddi, che si alternano in accostamenti armoniosi, elargendo alle figure un aspetto sontuoso. La pittura di Paolo Caliari divenne altresì un esempio fondamentale per gli artisti del Settecento veneziano.


Dettaglio Paolo Veronese "Convito in casa di Levi" 1573, olio su tela, cm. 555x1310, Gallerie dell’Accademia, Venezia (Fig.2)
Dettaglio Paolo Veronese "Convito in casa di Levi" 1573, olio su tela, cm. 555x1310, Gallerie dell’Accademia, Venezia (Fig.3)
Dettaglio Paolo Veronese "Convito in casa di Levi" 1573, olio su tela, cm. 555x1310, Gallerie dell’Accademia, Venezia (Fig.4)
Dettaglio Paolo Veronese "Convito in casa di Levi" 1573, olio su tela, cm. 555x1310, Gallerie dell’Accademia, Venezia (Fig.5)



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