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  • Manuela Moschin

Noi e gli antichi?


A cura di Paolo Beretti



importante ogni volta stabilire chi esprime un determinato giudizio storico e in quale momento, oltre che con qual fine".

In allegato al Corriere della Sera è stato ristampato uno scritto di Luciano Canfora, uno dei tanti rientrante nel filone dedicato al confronto tra la nostra epoca e quella antica: Luciano Canfora, "Noi e gli antichi. Perché lo studio dei Greci e dei Romani giova all'intelligenza dei moderni", RCS, Milano, 2002-2020 (nella collana La vita degli antichi: edizione Corriere della Sera Storie n. 26 del 10 settembre 2020).

Si tratta di una raccolta di brevi saggi articolati su distinti ambiti, iniziando da alcune considerazioni su aspetti fondanti il pensiero antico: la guerra, la democrazia e la schiavitù, la storiografia e la convinzione di una ripetizione ciclica della storia, non protesa quindi verso quel futuro di possibile cambiamento totale avveratosi con la rottura provocata dal cristianesimo.

Lo studioso, nella sua precisione di filologo classico, prosegue con un numero maggiore di capitoli destinati ad approfondire le diverse modalità con le quali è stata interpretata la vastità dei pensieri antichi, che sono stati tramandati dal medioevo arabo e cristiano non nella loro interezza; citando anche esempi di quali filosofie sono state salvate a discapito di altre, e per quali motivi: "Gli autori epicurei erano destinati a scomparire. Oggetto di disprezzo da parte delle altre scuole filosofiche, oggetto di furiosa polemica da parte dei cristiani".

Si passa poi a interventi polemici su come l'antichità viene insegnata nelle nostre scuole (sottintendendo i licei classici), dove si tenderebbe a trascurare l'educazione all'interpretazione del passato e la motivazione per un cui un certo passato è stato interpretato in un dato modo. E ad edulcorare gli aspetti discordanti tra loro, in favore di una più comprensibile omogeneizzazione dei fenomeni storici e culturali: "... dovrebbe essere sempre accentuata, messa in luce e spiegata, non lasciata in ombra, la discontinuità conoscitiva. Non tentare un profilo organico (...) della produzione letteraria (ma lo stesso discorso vale per la produzione artistica o per la vicenda politico-istituzionale ecc.): il che accade al grado più alto e perverso nella ricostruzione manualistica."

Saltiamo per un momento al finale, dove viene riprodotto un testo giovanile di Marx dedicato ad Augusto, esemplare per un utilizzo della storia antica assolutamente di parte, con una sequenza di adulazioni ingenue e disturbanti. Il primo imperatore romano sarebbe stato grande perché ha abolito le parti politiche... ha quindi elargito clemenza prendendo tutto il potere nelle sue mani senza che i cittadini potessero rendersene conto: di questo i romani dovevano essere felici. E felici erano sicuramente per come fossero stati sconfitti i nemici: messi gli uni contro gli altri, "umiliati i Reti ed i Vindelici", ovviamente con un discorso a parte per le genti più propriamente germaniche, care all'autore, coraggiose e astute perché si nascondevano nella boscaglia. L'età di Nerone, invece, è stata orribile anche perché, oltre all'opinabile incendio di Roma, i suoi generali miravano "alla gloria con la pace, anziché con la guerra", segno evidente di un periodo di declino, perché era stata dimenticata la dignità guerriera dell'età repubblicana.

Torniamo invece al penultimo capitolo, brevissimo ma fondamentale per capire il principale motivo che, secondo Canfora, rende utile oggi studiare l'età antica, un finale fulminante per intensità etica: gli scrittori di quel lontano passato hanno riempito pagine dissertando sulla schiavitù, pratica largamente diffusa e sulla quale si reggeva l'economia e la società degli stati dell'Asia Minore, dell'Egitto, della Grecia e di Roma. In particolare, gli scrittori greci e romani, anche se davano per scontata e naturale questa condizione della maggioranza della popolazione, hanno documentato forme e dinamiche che oggi si sono drammaticamente ripresentate ai danni di tanti, da chi cerca rifugio nell'Occidente capitalista, ai cittadini succubi della politica economica cinese. La trattazione di come i "padroni" sfruttano la schiavitù è oggi disponibile nella storiografia antica, che funge da insegnamento. Oggi come ieri si procede, infatti, a dividere gli schiavizzati perché non si coalizzino; a scendere a patti in modo che accettino concessioni individuali minime e arrivino essi stessi a mettersi dalla parte di chi ha il potere. Chi tende a disconoscere la realtà di oggi, potrà ritrovarla per analogia nella "lucida ferocia delle società antiche". Per superare il razzismo possiamo ragionare sul concetto di natura umana, introdotto dai pensatori sofisti, stoici e... epicurei - guarda caso, proprio quelli di cui sono stati salvati solo sparsi frammenti.

Un breve testo, questo di Canfora, da notare per alcune intuizioni che brillano ben evidenziate all'interno delle righe e non tra la stesse. Peccato per la natura eterogenea di capitoli elaborati in tempi e modi diversi, una difformità che nell'insegnamento rende le nozioni scolastiche più intriganti, ma questa sede avrebbe meritato una riscrittura più strutturata. Infine, come insegnante non posso che dirmi d'accordo sulla critica al pensiero unico e omogeneo che emerge nei libri di testo, ma so per esperienza che i migliori docenti provvedono sempre a far riflettere gli studenti nel corso delle trattazioni orali di quegli argomenti, motivo per cui rimane imprescindibile la relazione di insegnamento-apprendimento, sia in presenza che a distanza, alla faccia dei video-tutorial e di Wikipedia.

Il libro nella presentazione dell'editore:

La scommessa di Luciano Canfora è quella di affrontare l'argomento con didattica lucidità e con semplicità di linguaggio, lontano dal gergo specialistico-accademico. Un invito a riflettere, "per capire la nostra cultura e noi stessi". Il vincolo che collega la nostra cultura alla lingua, alla storia, al pensiero dei Greci e dei Romani non va ricercato in una presunta identità tra noi e gli antichi. Al contrario, capire le differenze ci consentirà di conoscere il senso che il passato e la sua eredità hanno su di noi. È questa la via seguita da Luciano Canfora nei saggi scritti per questo volume, incentrati su alcuni temi cruciali: il metodo degli storici antichi, il rapporto tra storiografia e verità, la visione della storia come fiume "grande e lutulento" che assimila e trascina le più diverse tradizioni culturali. L'opera propone solidi argomenti per riflettere sulla centralità degli studi classici nella formazione della cultura moderna e spiega come essi rivelino qualcosa di nuovo non solo sul mondo antico, ma anche sul nostro. Il volume, arricchito in questa edizione da una nuova parte sulla tradizione classica, si conclude con una sezione, non priva di spunti polemici, dedicata all'attuale statuto scolastico della cultura classica e riporta in Appendice uno scritto latino del giovane Marx sul principato di Augusto.

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