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  • Manuela Moschin

Segnalazione del Libro intitolato "Il gioco dei silenzi" di Maurizio Foddai

Buongiorno, vi segnalo il Giallo di Maurizio Foddai intitolato "Il gioco dei silenzi" edito da LIBROMANIA (DeAgostini).

Congratulazioni Maurizio!

Sinossi

Torino, 1 gennaio 2016. 

Nelle prime ore del mattino il commissario Andrea Sacchi, insieme con la sua squadra, scopre un cadavere all'interno di un appartamento di un condominio semideserto. 

Sul comodino, una fotografia di gruppo risalente agli anni del liceo della vittima e alcuni fogli scritti a mano. Qualcosa che somiglia a una confessione e che riporta l'azione indietro di venticinque anni, quando il gruppo di ragazzi della fotografia condivideva tutto, a partire dalla passione per il teatro, e pensava l'amicizia che li legava fosse così forte da resistere al tempo e ai casi della vita. 

Quell'illusione adolescenziale, invece, svanisce subito dopo la scomparsa misteriosa di Barbara, la ragazza più bella e desiderata del gruppo. I sospetti e le tensioni che ne seguono portano ciascuno a prendere una strada diversa, allontanandosi dagli altri. 

Finché, venticinque anni dopo, una nuova scomparsa, quella di Giuliana, un'altra componente del vecchio gruppo, fa sì che tutti si ritrovino a trascorrere insieme la sera di Capodanno.

Le due sparizioni presentano inquietanti analogie. È possibile che i due casi siano in relazione l'uno con l'altro, dopo tanto tempo? È possibile che le due donne non siano solo scomparse, ma che qualcuno, forse la stessa persona, le abbia uccise? E in questo caso, è possibile che il responsabile si trovi all'interno del gruppo di amici?

Qualcuno di loro sa, ma non parla.

Capitolo 1

Andrea

Il corpo è supino sul letto fatto. Ha indosso soltanto pantaloni neri e una camicia aperta sul collo. Braccia e gambe sono allargate, come nel celebre disegno di Leonardo. Non c’è traccia di terrore o di angoscia nella sua espressione. Il viso è disteso: sembrerebbe quasi assorto in pensieri lontani, se non fosse che al posto dell’occhio sinistro c’è una specie di cratere nerastro.

«Un cadavere ci può raccontare molte cose» bisbiglia Andrea tra sé. Si direbbe che sapesse di non poter sfuggire alla morte. Forse, non ci ha provato nemmeno. Ha atteso che arrivasse e basta.

«Come dice, commissario?».

Il giovane poliziotto è aggregato alla squadra da poche settimane. Non è ancora abituato alle riflessioni sommesse del suo capo, a quel tono quasi da confessionale con il quale Andrea è solito fissare i propri pensieri. 

Soprattutto, non sa e non immagina neppure che questo per il commissario Sacchi non può essere un caso come tutti gli altri. 

Pochi minuti prima, quando la volante si è fermata davanti al portone, Andrea ha tentato invano di tenere a bada il presentimento di tragedia che l’ha assalito appena ha riconosciuto il palazzo. L’inquietudine è andata crescendo a mano a mano che acquisiva la consapevolezza che sarebbe dovuto entrare proprio in quell’appartamento.

«La casa sembra in ordine. Non c’è traccia di colluttazione» comunica ad Andrea il collega ispettore entrando nella camera.

Andrea si avvicina al cadavere. Prende la testa e la solleva con una delicatezza che non gli è abituale

«Non c’è foro di uscita. Non può essere stata un’arma da fuoco».

«Certo che morire così, la notte di San Silvestro…» commenta l’agente con tono accorato.

Andrea ingoia a stento una risposta stizzita. Le banalità lo hanno sempre infastidito. La gente nasce e muore, sul pianeta Terra. Come e quando, non ha nessuna importanza.

«Pensa che sia un suicidio?» domanda l’ispettore.

«E come? Dovrebbe esserci qualche segno, qui intorno. Invece, non c’è sangue neanche sul cuscino. Niente arma del delitto».

L’ispettore annuisce, accigliato, con l’aria di chi si sta cimentando con un Sudoku diabolico.

«Comunque, quelli della scientifica non dovrebbero tardare».

«E il medico legale?».

«Anche lui per la strada».

«Il magistrato?».

«Avvisato».

«Ho paura che potremo avere le idee più chiare solo dopo l’autopsia. Forse».

«Commissario, ha notato quella macchia rossa sul collo, come un succhiotto?».

«Sì, l’ho vista. Sembra una scottatura».

«Secondo lei, ha a che fare con il delitto?».

Andrea si stringe nelle spalle, poi fa qualche passo verso la finestra e scosta la tendina.

Fuori, la neve fitta ha imbiancato tetti, strade, alberi, automobili. È già chiaro, ma la città rimarrà addormentata ancora per qualche ora.

Un altro agente entra nella camera.

«Commissario, sembra che il palazzo sia deserto da ieri pomeriggio. Sono andati tutti fuori per i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. L’unico inquilino che ho trovato è una signora anziana che abita all’ultimo piano, ma dice di non aver visto né sentito nulla».

«Già. E la telefonata al commissariato, chi l’ha fatta? La Befana?».

L’agente si avvicina ad Andrea e gli mostra una fotografia.

«Commissario, guardi. Era sul comò. Pensa che la vittima sia fra queste persone?».

Andrea la prende in mano e la osserva per alcuni lunghi secondi senza parlare. È una vecchia foto che ritrae un gruppo di ragazzi allineati su tre file in quello che sembra il cortile di una scuola. 

C’è la ragazza con le trecce seduta davanti, con le mani appoggiate sulle ginocchia strette; c’è la figlia di papà, senza grembiule per mostrare i bei capi d’abbigliamento firmati; c’è il prototipo del rivoluzionario, con capelli lunghi e barba alla Che Guevara; c’è l’intellettuale magro magro con gli occhiali rotondi cerchiati di metallo. Andrea si sofferma su ciascuno di quei volti, con un senso crescente di malinconia che gli stringe la gola, poi ne indica uno.

«Ecco».

«Come fa a esserne così certo?» domanda sorpreso l’agente.

Andrea aspetta a rispondere. Gli sono sempre piaciute le pause teatrali. E in questo caso vuol dare alle sue parole il massimo effetto.

«Perché io sono quest’altro».

«Minchia, commissario! Quanti capelli! Sembra Bob Marley!».

Andrea si passa con ostentazione il palmo sul cranio rasato e lucido.

«Il tempo può portare qualche cambiamento».

«Quindi eravate compagni di scuola».

Lui annuisce. Comincia a guardare tutt’attorno nella stanza, alla ricerca di qualcosa che gli parli della persona che ora giace su un letto nel quale non ha neppure dormito l’ultima notte. Ma è come se quel luogo fosse rivestito di una scorza che lo rende anonimo. È il suo appartamento, certo, ma non sembra appartenere davvero a chi ci abitava. Nulla a che vedere con quell’altra camera, quella in cui si ritrovavano spesso, negli anni del liceo, per studiare, ma anche per parlare, parlare all’infinito. Degli amori, dei progetti, di come avrebbero voluto cambiare il mondo. Com’è perfida, a volte, la vita. Ci siamo perduti di vista per più di vent’anni, e adesso eccoci qui.

Le volute imprevedibili del caso li avevano fatti ritrovare qualche mese prima, quando nessuno dei due avrebbe immaginato un simile epilogo. Ora, di fronte a quel cadavere, all’improvviso tutto gli sembra irreale. Gli vengono in mente le parole pronunciate molti anni prima da Tiziano Valenti, il suo vicino di casa: «La realtà non è altro che una costruzione della nostra mente». Anche lui era uno sbirro.

«Guardi, commissario. Era sullo scrittoio. Pare una confessione».

L’ispettore porge ad Andrea dei fogli scritti su entrambe le facciate con una calligrafia ordinata che lui ben ricorda. È come se un po’ alla volta una luce nuova, inattesa, illuminasse quel corpo e gli attimi che hanno preceduto la sua morte.

Muoio per aver ucciso. Non posso dispiacermi né dell’una né dell’altra cosa. Tecnicamente, mi si potrebbe annoverare tra i serial killer, ma non ho provato piacere nell’uccidere. Andava fatto e basta.

Mentre va avanti a leggere, Andrea avverte una sensazione sgradevole, come un grumo malsano che riaffiora da un buio remoto e dimenticato.

A un certo punto, scuote la testa, ripiega i fogli e li porge all’ispettore.

«Mettili insieme ai reperti» ma subito ci ripensa e se li infila in tasca. «Anzi, no. Voglio leggere tutto con calma. Più tardi».

«Anche se non abbiamo ancora trovato l’arma del delitto, ha lasciato questo messaggio. Forse è stato un suicidio, no?».

«No. È stato un omicidio».

Solo che per la prima volta da quando fa il poliziotto, Andrea vorrebbe poter fare a meno di trovare il colpevole.

Chi è Maurizio Foddai?

Maurizio Foddai è nato nel 1957 a Torino. Ha fatto studi classici, si è laureato in architettura nel 1983 e nella sua carriera professionale si è occupato e si occupa prevalentemente di urbanistica.

A cavallo fra gli anni '80 e '90, prima di dedicarsi a tempo pieno alla professione di architetto, ha recitato in teatro, alternando Bernanos con Agatha Christie, Durrenmatt con Ionesco, Garcia Lorca con Achille Campanile. Ha collaborato con la compagnia "Torino Spettacoli", con "Il Teatro delle Dieci" diretta dal regista Massimo Scaglione e, da ultimo, con la compagnia "Accademia Attori", specializzata in gialli interattivi con l'intervento diretto del pubblico.

Negli anni successivi, abbandonato il palcoscenico, ha mantenuto comunque un forte legame con il teatro, scrivendo con lo pseudonimo di Mike Webb la commedia poliziesca Brividi sotto il sole, un giallo interattivo con l'intervento diretto del pubblico, rappresentata nel 2001 ad Arona e a Torino nell’ambito della rassegna «Delitti a Teatro».

Ha pubblicato con Libro/mania i romanzi Il manoscritto rubato e Un testimone pericoloso.e Il gioco dei silenzi.

Con il romanzo Il riflesso di un assassino è risultato fra i dieci finalisti del torneo letterario «IoScrittore 2013», organizzato dal gruppo editoriale Mauri Spagnol. 

I suoi racconti L'attesa e Primavera fanno parte rispettivamente delle antologie «Una splendida giornata di sole» e «Il ratto di Proserpina», pubblicate entrambe da Libro/mania.

Maurizio Foddai ha un sito dedicato ai libri e alle storie in genere:

http://www.vocenarrante.altervista.org

e un blog sul quale i pensieri corrono in libertà: http://www.storiedaraccontare.altervista.org

Titolo: IL GIOCO DEI SILENZI

Genere: GIALLO

Autore: MAURIZIO FODDAI

Casa Editrice: LIBROMANIA (DeAgostini)

Data di pubblicazione: 12 Marzo 2018

Formati: Ebook e cartaceo

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