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  • Manuela Moschin

Segnalazione del Romanzo "Anacaona" di Jordi Díez Rojas

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Buongiorno, vi segnalo il Romanzo "Anacaona" di Jordi Díez Rojas (Traduzione di Alice Croce Ortega).

Complimenti Jordi! 

Sinossi

Dopo ventisei anni trascorsi in terre ignote, frate Ramón Panér torna nella sua Barcellona natale portando con sé la testimonianza di tutta una vita: la storia della più grande scoperta geografica dell’umanitá. Nella sua memoria, il racconto del suo arrivo sull’idilliaca isola di Ahíti insieme ad un gruppo di temerari avventurieri che al comando dell’Ammiraglio Cristoforo Colombo furono protagonisti della maggiore impresa compiuta dall’uomo, ma anche coloro che ebbero il compito di soffocare le volontà degli esseri umani che quel nuovo mondo celava. Da parte loro, uniti intorno alla figura del loro leader, Caonabó e della sua bella moglie, Anacaona, gli aborigeni cercheranno di difendersi da uno scontro di civiltà durante il quale l’amore, il desiderio, l’invidia, l’ambizione e il terrore trascineranno invasi ed invasori fino ai limiti più estremi della loro condizione umana.

ESTRATTO DAL SECONDO CAPITOLO

Barcellona, Monastero di San Jerónimo de la Murtra, anno del Signore 1519.

– Jesús naboria daca! Jesús naboria daca!

– Fratello, sveglierete tutto il monastero! Ve ne prego, prendete le vostre erbe e riposate.

– Jesús naboria daca, Guaticabanú!

Fratello Bertrando correva su e giù per la cella facendosi il segno della croce. Quel vecchio arrivato dalle Indie, e che all’inizio aveva suscitato la sua pietà, cominciava a farlo impazzire con i suoi deliri. Il resto del monastero riposava durante quelle cinque misere ore di sonno che erano loro concesse, mentre lui correva avanti e indietro con i rimedi preparati dal fratello erborista senza il minimo successo. Gli costava fatica riconoscere in quell’anziano ridotto in condizioni rovinose lo stimatissimo fratello accompagnatore del Grande Ammiraglio. Era con loro da tre giorni, e malgrado nessuno avesse previsto che potesse sopravvivere alla prima notte, sembrava evidente che sognare Belzebù o chiunque fosse a popolare i suoi sogni, lo teneva in vita. Due notti prima aveva cominciato a gridare in una lingua strana che nemmeno fratello Pere Benejam, il priore, né il bibliotecario avevano mai inteso prima.

Frate Auberto aveva messo in giro la voce che la lingua del vecchio fosse quella con cui il Principe delle Tenebre aveva tentato Nostro Signore Gesù Cristo nelle sabbie di Israele, e la paura di quella bugia aveva fatto presa con tale forza che nessuno dei monaci osava dare il cambio a fratello Bertrando. Solo il priore entrava nella cella ad informarsi sulle condizioni del monaco.

– Fratello Ramón, prendete le vostre erbe, vi faranno bene. – Fratello Bertrando lo aiutò a sollevarsi, gli asciugò il sudore dalla fronte e, vincendo la repulsione che gli provocava la sua bocca martoriata, gli avvicinò la scodella in modo che prendesse un sorso dell’infuso preparato dall’erborista.

Il malato sembrò calmarsi, e fratello Bertrando si sedette di nuovo sulla sedia. Le urla non avevano svegliato nessuno dei confratelli, che comunque si erano guardati bene dall’intervenire. Allungò le gambe e incrociò le braccia sulla pancia. Osservò per un attimo la misera fiamma della lampada ad olio, lasciò cadere il mento sul doppio mento e si addormentò. Dopo appena un paio d’ore le campane avrebbero chiamato all’inizio della giornata e le cose da fare in occasione della visita dell’imperatore erano tante. Magari il Signore decidesse di portare con sé il monaco prima di allora.

Durante le prime ore del mattino, fratello Ramón Panér sembrava recuperare la sua lucidità che poi diminuiva man mano fino a diventare follia al tramonto, ma in quelle ore mattutine tornava ad essere il grande interprete dell’Ammiraglio, il primo conoscitore della lingua taina, il primo sacerdote che avesse mai battezzato un indio nel Nuovo Mondo. Erano proprio quelle ore che il priore sfruttava per conversare con lui sugli scritti che gli aveva consegnato ma anche per trovare conferma a tutto quello che il confratello appena giunto gli aveva detto in confessione. La stanchezza si accumulava sotto gli occhi di fra Pere Benejam in due borse gemelle che parevano voler inghiottire le intere orbite, e anche i restanti tratti del suo viso. I confratelli incolpavano le preoccupazioni per l’imminente visita del Grande Imperatore Carlo, ma in realtà ciò che non lasciava dormire il priore erano le parole nella sua lingua materna pronunciate da quella bocca annerita e sanguinante. Quello era il motivo per cui ogni mattina, dopo le lodi, passava a salutare fratello Ramón Panér e a cercare di convincersi che tutto ciò che aveva memorizzato era solo fantasia.

– Buongiorno, fratello Ramón – lo salutò.

– Bon dia, germà – restituì il saluto, in catalano.

– Avete trascorso la nottata imprecando in quella strana lingua che spaventa tutti i vostri fratelli.

– Fratello Bernardo dovrebbe smetterla di sonnecchiare sempre e camminare un po’, ogni tanto... – Fratello Ramón sorrise della sua trovata, e il priore gli sorrise di rimando. Non poteva nemmeno immaginare fratello Bertrando che faceva più esercizio per far scendere la pancia.

– Non avete tutti i torti, ma è grazie alle sue cure se siete ancora tra noi, fratello.

– Lasciatemi partire, vi prego, voglio tornare da loro – disse fratello Ramón Panér, sempre in catalano, stringendo la mano del priore, che la sentì gelata e sospirò.

– Descanseu, germà[1].

Uscì dalla cella. Fuori lo aspettava frate Bertrando, e non poté evitare di sorridere brevemente quando gli ordinò di continuare a prendersi cura di fratello Ramón. Fu tentato di mandarlo a Barcellona con una scusa qualsiasi, in modo che fosse costretto a fare una bella camminata. Forse quando fratello Ramón fosse morto lo avrebbe fatto: un omaggio al monaco che aveva portato il Vangelo più lontano di chiunque altro nella storia.

Non riuscì a superare la notte. Fratello Bertrando lo trovò freddo al momento di somministrargli quelle erbe che sembravano aver prolungato la sua agonia tre giorni più di quanto Dio stesso avrebbe voluto. Il monastero tutto, benché già in subbuglio per la preparazione della visita dell’imperatore, oltre agli alloggi per i numerosi invitati, fu molto provato dalla dipartita del fratello, e un intero rosario di segni della croce corse veloce come la miccia di una bomba in ogni angolo del monastero. Durante la messa del mattino il priore ebbe parole di elogio per la vita del fratello Ramón, un uomo che aveva portato la parola di Dio più lontano di qualunque altro essere umano conosciuto, che aveva convertito alla fede i primi uomini del Nuovo Mondo e aveva dedicato tutta la sua vita a quell’incredibile impresa che il Padre gli aveva assegnato. Un esempio per gli altri fratelli e novizi. Annunciò che il suo corpo sarebbe stato vegliato per un solo giorno invece dei tre abituali, cosa che sarebbe stata inappropriata, dato il suo stato e l’imminenza della visita dell’imperatore. Ordinò infine a tutti i geronimiani, nessuno escluso, di pregare per la salvezza dell’anima di uno dei loro fratelli più illustri, a maggior gloria del suo ordine e del monastero, e concluse l’omelia. Il suo corpo sarebbe stato inumato nel cimitero accanto agli altri monaci e la sua memoria onorata in tutte le preghiere per novanta giorni.

Dopo la messa, il priore tornò nella sua cella. Durante il cammino incontrò diverse coppie di soldati. Erano giunti al monastero nei giorni scorsi. Adesso li vedeva frugare ed ispezionare ogni angolo in cerca di nemici del Grande Imperatore, che sicuramente erano a centinaia, ma la presenza di uomini armati nell’edificio non gli era certo d’aiuto per tranquillizzare la sua coscienza. Salutò un fratello che stava passando per il corridoio ed aprì la sua cella. Si accertò che non vi fosse nessuno e bloccò la porta dall’interno. Spostò delicatamente la coperta di cotone che copriva il suo letto e vi trovò le lettere di fratello Ramón, la cui sola presenza gli bruciava come il più grave dei peccati, benché non ne avesse ancora letta nemmeno una. 

Erano quarantasei capitoli, solo i primi ventisei numerati nella parte superiore sinistra del foglio. Quelli che lo stesso fratello Ramón Panér aveva ammesso in confessione di aver consegnato, come da mandato ricevuto dal signor Cristoforo Colombo in persona, a suo figlio Hernando. Gli altri venti erano un mistero che il defunto monaco non aveva voluto svelare.

Fratello Pere Benejam guardò intorno a sé. La luce che filtrava dal finestrino della cella cadeva proprio sul tavolo su cui giacevano alcune copie che i fratelli bibliotecari avevano preparato da rivedere. Le raccolse con cura e le mise da parte. Poi dispiegò sul legno consumato dalle ore di studio il primo dei rotoli che aveva estratto dall’astuccio.

“Io, fratello Ramón, povero Eremita dell’Ordine di San Gerolamo, scrivo quello che ho potuto capire e venire a sapere della credenza e idolatria degli indios e di come venerano i loro Dei per ordine del signor Ammiraglio, viceré e governatore delle isole e della terraferma delle Indie, argomento di cui tratterò nel presente scritto”.

Fratello Pere Benejam continuò a leggere e la sua mente si riempì di parole che non aveva mai sentito prima: parole in lingua india, nomi e luoghi così insoliti che nemmeno mentre li leggeva riusciva a capire se li stava pronunciando correttamente. Lesse i primi nove capitoli su quegli indios che lui chiamava “tainos” che si concludevano con la spiegazione di “Come dicono fosse fatto il mare” e li posò di nuovo, con grande cura, sul suo letto. Si concentrò allora sugli altri fogli accartocciati che aveva lasciato per tutta la notte tra due assi di legno, sotto il pagliericcio. Le punte arrotolate verso l’interno, la calligrafia minuta, molto più fitta che nei capitoli che aveva già letto. Anche più erratica, disordinata e nervosa. La domanda gli tornò in mente, insistente: perché aveva consegnato a don Hernando solo i primi nove capitoli, e cosa contenevano quei fogli che sembravano guardarlo con aria di sfida sparsi sul letto, con tutti quegli scarabocchi che sembravano ragnatele? 

[1] “Riposate, fratello”

Independently published (20 luglio 2017); Traduzione pubblicata il 24 maggio 2019

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BIOGRAFIA

Jordi Díez Rojas é nato in Catalogna, Spagna, nella città di Terrassa. Viaggiatore, fotografo e scrittore: si è a tal punto innamorato dell’America Latina da trasferirsi nella zona caraibica della Repubblica Dominicana, a cui rende omaggio con il suo ultimo romanzo, Anacaona. 

La sua opera prima, La virgen del Sol, ha avuto un ottimo successo di critica e pubblico e ha catturato migliaia di lettori in Europa e in America. 

Il suo secondo romanzo, Il Pendolo di Dio, è stato accolto con entusiasmo dai lettori, che lo hanno consacrato come uno dei romanzi in lingua spagnola più venduti nel mondo, in versione digitale.

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