Cerca
  • Manuela Moschin

Segnalazione del romanzo di Antonella Grimaldi intitolato "Il segreto delle viole"

📷

Carissimi ho il piacere di segnalare il romanzo di Antonella Grimaldi intitolato "Il segreto delle viole" Firenze, goWare, 2018

Complimenti Antonella!

Sinossi

La storia narrata in questo romanzo ruota attorno all'immagine di una giovane donna ferma di fronte alla Cena in Emmaus del Caravaggio. Chiara, studentessa di Storia dell'Arte, aveva sempre amato più di ogni altra forma di espressione artistica l'Impressionismo, ma quando si era trovata a tu per tu con i violenti chiaroscuri del Caravaggio, un diverso modo di percepire la realtà e sé stessa aveva preso campo nella sua mente. Il bellissimo quadro, custodito nella Galleria di Brera, l'aveva messa di fronte al lato oscuro delle cose e, insieme, le aveva offerto l'occasione di scorgerne il vitale e indissolubile contrasto con la luce. 

In una notte d'inverno, Chiara ripensa a Massimo -l'uomo che più di ogni altro era stato capace di riversare su di lei un amore immenso, tenero e passionale, violento ed eterno-, comprende così sé stessa, vede il legame che li tiene uniti nonostante tutto, coglie il significato del profondo turbamento provato di fronte alla luce del Caravaggio, così potente, eppure così prossima all'oscurità. E allora, Chiara scrive al suo uomo per raccontargli della sua attesa, della sua solitudine, della sua speranza. Il racconto del suo passato si snoda senza reticenze e, dando forma alle luci e alle ombre che gli avevano dato sostanza, tratteggia momento per momento il riflesso prodotto nell'animo di Chiara, a partire dall'incanto del primo incontro fino alla violenza con cui Massimo l'aveva fatta sua in una notte di inizio estate. 

Il dramma di Chiara prende inizio con il risveglio in una elegante casa del centro di Firenze, e continua nonostante il matrimonio con Massimo e la nascita di Niccolò. Perché Chiara, benché avesse tentato in ogni modo di accettare la vita così com'era venuta, doveva affrontare giorno per giorno l'umiliazione che le veniva dai continui tradimenti del marito. Ora, dialogando con Luca, l'attuale compagno, la giovane donna cerca di spiegare come l'onda della ribellione fosse inesorabilmente emersa con la consapevolezza di dover lasciare Massimo, consapevolezza che aveva acquisito scorgendo l'istante in cui la sua solitudine aveva permesso alla violenza di vincere sulla speranza. 

Tuttavia, anche parlando del suo sentimento per Luca, Chiara si dimostra lucida e combattiva. Il loro incontro sembrava averle dato una nuova, importante opportunità: grazie a esso poteva perdonarsi, liberarsi dal passato, sognare la felicità. Poi, la morte di Niccolò, la scoperta dell'abisso in cui si agitavano i tradimenti di Massimo e una seconda gravidanza avevano determinato la sua scelta di mettere fine al suo matrimonio, mentre, il desiderio di amare qualcuno l'aveva spinta a trascurare il comportamento di Luca che, a distanza di qualche anno, le prospettava di nuovo la necessità di lottare ancora per affermare la sua dignità di donna e il suo diritto all'amore. Ed è in questo crocevia, in questo estremo tentativo di salvare quel poco che resta del suo amore, che Chiara scrive a Luca per raccontargli di Massimo, di come, paradossalmente, fosse riuscito a farla sentire libera e viva; ma anche per renderlo partecipe del suo segreto protetto dalla natura di una splendida Toscana punteggiata di viole e di rose, mossa dal vento che soffia tra le colline.

Estratto

Quattro

Il mattino dopo mi risvegliai in un morbido recinto rettangolare, avvolta da una seta di color avorio macchiata di foglie bianche. Era ancora presto. Una luce senza calore entrava nella stanza attraverso gli spiragli della persiana, dava forma agli oggetti che l'affollavano. Il lussuoso scenario del mio risveglio sembrò darmi la misura di ciò che era successo durante la notte: non una semplice violenza fisica, ma una tanto, tanto più grande. 

La testa mi faceva male, la mia bocca continuava a essere asciutta e amara. Il mio corpo non era più lo stesso: c'era un livido sul braccio destro. Provai tanta pietà per il mio corpo, che era cambiato per sempre.

Il rumore dei suoi passi mi spaventò, mi coprii rossa di vergogna. Entrò nella stanza con la sua aria da padrone, guardandomi con molta attenzione, domandandosi forse cosa pensassi di quel che mi era capitato. E, mentre mi rannicchiavo contro la testata del letto e con gli occhi tentavo di sfuggirgli, si metteva accanto a me, mi accarezzava, e con molta amorevolezza mi sussurrava delle cose.

“Non aver paura, io ti amo.”

Le sue parole di consolazione le giudicai destinate all'animale appena domato, alla preda conquistata, alla nemica annientata. I baci, tutti dati con grande dolcezza, furono seguiti dai sorrisi, e poi da altri baci, e poi dalle carezze.

Piangevo.

L'impulso di sputargli in faccia, di urlargli lo schifo che mi faceva, di graffiarlo e schiaffeggiarlo, mi bloccò ancora una volta e lui ricominciò a baciarmi. La fine dei suoi baci fu la fine del crepacuore e l'inizio di un'altra vergogna, ancora più bruciante: ero completamente nuda, dovevo ritrovare i miei vestiti. Mi tolsi dal letto, cercai le mie cose sparse per la stanza e mi rivestii. Tremavo. Lui mi osservava calmo e sicuro di sé.

In silenzio, appena poggiando i piedi per terra, uscii da quella casa. In strada, ebbi la conferma di aver trascorso la notte in un elegante palazzo del centro, e questo mi fece sentire ancora più povera. L'aria fresca del mattino sembrava posarsi direttamente sulla carne nuda del mio corpo. Mi sentii sporca; dovevo arrivare al più presto a casa mia, lavarmi, mettere dei panni puliti, rivedere i miei genitori. Loro lo sapevano che non ero sporca e, questo, mi avrebbe aiutata, se non a dimenticare, a ricominciare.

Ogni tanto, una lacrima mi ricordava che l'amore esiste. 

Una volta giunta a casa, l'immagine di quella macchia di sangue e del livido mi perseguitarono per l'intera giornata, assumendo dimensioni colossali. La loro grandezza eccedeva qualsiasi parola, qualsiasi racconto. Solo il silenzio poteva comprenderle, in qualche modo, tenerle sotto controllo.

Mi sentivo in colpa per non essere stata capace di difendermi. Mia madre, da ragazza, non ci aveva messo più di un secondo ad agitare un grosso coltello contro Amerigo. Il giovanotto, un tipo sveglio, era un elemento di spicco della squadra di calcio del paese e suonava bene la fisarmonica. Eppure, gli ci era voluto un po' di tempo a desistere dall'intento. Mia madre era stata costretta a fargli vedere che il coltello era pronta a usarlo per davvero, e solo così lo aveva messo in fuga.

Era chiaro che rivelandole l'accaduto, avevo buone probabilità di buscarmi il solito rimprovero secondo cui dormivo in piedi.

“Che fai? Ti sei incantata per caso?”

Le volte in cui, cogliendomi assorta nei miei pensieri, mi si era rivolta così erano innumerevoli. E non era esattamente quel che mi ci voleva adesso. Avevo bisogno che qualcuno mi dicesse sei pulita, sei forte, ce la puoi fare anche tu in questo mondo. Se avevo subito lo stupro, non era stato per colpa del mio temperamento trasognato. C'era stata la violenza, questo era chiaro.

Trascorsi l'intera giornata a prendermela con me stessa, a rimproverarmi di essere uscita anzitempo dalla festa. Per sfuggirgli, mi ero esposta ai pericoli della notte; per evitare il suo sguardo, gli avevo offerto il mio fianco scoperto. Allontanarmi dalla festa non era stata la soluzione giusta. Gironzolavo nel giardino, poi mi sedevo sul tronco completamente sbilanciato verso il suolo del noce dietro casa, a me tanto somigliante, e cercavo di ricordare quel che mi era successo. Pensavo e ripensavo a ognuno dei dettagli che componevano il ricordo della festa di Siel. Cercavo un particolare, una parola, un elemento chiave che mi aprisse la strada per ricostruire tutto. Tutto inutile.

Mio padre sbucò improvvisamente dalla fila degli eleagni che mi stavano di fronte.

“Che fai? Che hai?”

“Niente babbo.”

“Niente? È tutto il giorno che te ne stai con gli occhi sbarrati come un animale inseguito da una muta di cani. Perché non ci hai avvertito che rimanevi a dormire da quella tua amica?”

“Hai ragione babbo. È che proprio me ne sono dimenticata.”

“È successo qualcosa? A me lo puoi dire.”

“Niente babbo. Niente.”

“Non ci credo. Sembri una che ha perso la strada di casa.”

“Sono stanca; lo sai, che quando sono stanca perdo colpi.”

Mio padre rimase un altro po', poi, scoraggiato dal mio silenzio, se ne andò.

Avevo voglia di piangere e urlare, ma non potevo. Tutto era dentro di me, tutto sarebbe rimasto dentro di me per sempre. Per farlo dovevo disciplinare la piena dei sentimenti, individuarli, oggettivarli, dargli un nome.

Presi un libro e mi misi a leggere. Ma per quanti sforzi facessi, leggere non mi interessava. Solo un contegno di fronte ai miei volevo darmi, solo un espediente per tenere occupata la mente volevo trovare. E poi, leggere era impossibile, sia pure per finta: le lettere mi apparivano ingrandite e deformate, la carta brillava di luce.

Il movimento poteva essere una soluzione.

Il movimento era quel che mi ci voleva per vincere lo sfinimento. Muoversi, sentire il tempo che scorre passo dopo passo, percepire l'aria che ti colpisce il viso e ti dice che sì, è vero, ti è successo qualcosa di terribile, ma ormai appartiene al passato. E la vita va avanti come una camminata e tu hai abbastanza fiato per continuare. Anzi, il fatto che sei viva, che nel momento in cui ti sei sentita mancare sei rimasta in piedi, significa che sei più forte della violenza che ti è stata fatta. 

Me ne andai a fare una passeggiata per la stradina che porta al bosco. A quell'ora, l'ombra dei pioppi e dei pini era quasi scomparsa, il sole mi faceva scoppiare la testa. Vidi la casupola dove io e Riccardo giocavamo, accanto lo stesso argine in cui crescevano le primule e le viole.

Il mio vagabondaggio si svolgeva nel silenzio irreale del passato.

In prossimità del bosco ebbi paura: là dentro poteva succedere di tutto, nessuno avrebbe potuto salvarmi. Il pensiero della normalità della violenza incombeva su di me, vanificava il senso della mia vita insinuando che tutto quello per cui avevo lottato non fosse nulla più che il sogno di un'illusa. Ricordai che, per tutti, Lauretta era completamente svitata. Ricordai tutto il bene che le avevo voluto. L'equazione era facile, scontata: Lauretta era matta, io le avevo voluto un bene dell'anima, ergo ero matta anch'io.

Lauretta e mia madre si erano ribellate alla violenza e alla sopraffazione, ma quante erano le donne che subivano soprusi e non ce la facevano a far valere i loro diritti? Le statistiche non dimostravano, forse, che le donne che avevano conosciuto la violenza maschile erano tante? E la mia esperienza, non mi suggeriva che la maggior parte delle donne viveva in solitudine il fallimento dei propri sogni? Io, almeno, ci avevo provato, avevo aspettato l'amore per tanto tempo senza rassegnarmi, e avevo perso combattendo fino all'ultimo.

L'onore delle armi mi spettava a buon diritto.

E se le circostanze della vita avevano vinto, potevo dire di avere la coscienza a posto. Avevo fatto tutto il possibile. Ora, però cosa potevo fare? Andarmene via? Cercare di distrarmi? Dimenticare? O aspettare che il tempo facesse il suo corso? Dopotutto, trascorsa qualche settimana, il ricordo si sarebbe affievolito, il livido sarebbe sparito del tutto.

I fili dell'erba ancora tenera si muovevano per il vento lieve di quel mattino d'estate. Il miele dei suoi baci era ancora su di me. Ebbi paura perfino di me stessa. Lui mi piaceva, questo era il guaio. L'analisi spassionata del mio comportamento dimostrava il turbamento, la reazione emotiva alla breve distanza che ci separava, all'intensità del suo sguardo che scioglieva la mia resistenza. Niente di strano se aveva capito e aveva fatto quel che aveva fatto: mi aveva violentata e, con quella bella faccia tosta, aveva anche detto di amarmi. La dolcezza di quelle parole mi pareva ancora più sconvolgente della violenza che mi aveva fatto. Proprio quel ricordo mi avrebbe fatto soffrire più di tutto.

La voce di mia madre mi allontanò dai miei pensieri. Era affaticata e anche se faceva di tutto per apparire tranquilla, si vedeva che aveva corso come per liberarmi da un pericolo mortale e che quasi non le sembrava vero di avermi trovata sana e salva. 

Il sole, ormai, dava a sud. La nostra cucina sembrava finalmente respirare nella penombra. Da fuori, giungeva un leggero alito d'aria che mi commuoveva. Immaginai che la bambina che correva nel vento fosse morta in quel letto. La possibilità di un riscatto era lontana, non apparteneva al numero delle cose realizzabili. Certo, potevo almeno dire tutto ai miei genitori, ma, come avrei potuto vincere il sentimento di pietà che nutrivo per loro? Aprirmi avrebbe significato ammettere di aver subito la più terribile, la più crudele offesa per una donna. E allora, la mia vita doveva conservare una zona d'ombra, inaccessibile perfino a chi mi amava. Lo smarrimento di mio padre mi confermò nel mio proposito. Abbassai il capo per non vedere la sua pena. Pensai che non potevo mettergli sulle spalle un peso così grande che, forse, lo avrebbe schiacciato. Pensai fosse un uomo stanco per aver lavorato tutta la vita e aver salvato mamma un giorno di seguito all'altro.

La loro storia era la storia di un salvataggio.

“Fermati un momento! Fermati un momento!”

Questo le aveva detto standole davanti con i palmi delle mani rivolti verso di lei che si sentiva mancare e, in quel momento, le sembrava di trovarsi al cospetto di un fantasma.

“Non aver paura. Stai calma”.

Le aveva fatto una carezza con il dorso delle dita, e aveva fermato la sua corsa verso il vuoto, lontano da Amerigo che non voleva accettare il suo ennesimo rifiuto. Era il 24 giugno del 1968. A sera, mio padre era andato a far noci per fare il suo liquore apposta per lei. Quaranta giorni dopo era andato a chiederla in moglie e, insieme, ne avevano bevuto un bicchierino. E dopo ero venuta io, e non ci sarebbe stato nulla di strano se avessi ripreso la corsa di mamma completandola. Ma se avessi compiuto la sua corsa, avrei reso vano tutto l'amore di babbo. E l'amore non è mai inutile. E se anche avessi parlato, altro non avrei fatto che dare una vittoria postuma ad Amerigo.

Un elicottero, che andava a bassa quota, fece volare le foglie secche dei noci e dei lecci. La casa tremò. Bastava così poco per distruggere tutto, bastava così poco perché la macchia nera si allargasse e inghiottisse la nostra vita. Sì, il mio silenzio ci avrebbe salvati. Il mio silenzio avrebbe almeno salvato il mio pudore davanti al mondo. Se avessi parlato, il mio pudore si sarebbe dissolto nel rumore delle parole. Se avessi parlato, avrei dovuto ammettere l'inammissibile, e cioè che in più modi lo avevo incoraggiato.

Cominciai a mangiare. Non avevo fame, e mangiavo lo stesso, perché tutto doveva essere uguale a prima. La testa mi girava. Respiravo a fatica, avevo caldo. Mi alzai da tavola barcollando. Ebbi soltanto la forza di dire che dovevo andare. Corsi in camera mia e mi gettai stremata sul letto, volevo piangere, chiamare i miei, ma non ne avevo la forza.

Mio padre entrò per chiedermi cosa avessi.

“Sto male babbo.”

La sua mano scabra sulla fronte era il segno che non ero sola, che c'era qualcuno che mi voleva bene. Sorrisi.

“Hai la febbre alta.”

Poi chiuse gli scuri della finestra per farmi riposare.

La mia testa sbandava. Avevo freddo. Babbo prese altre coperte dall'armadio. Il tremore continuò fintanto che non arrivò il dottore per visitarmi.

Benché il suo aspetto apparisse fatalmente goffo, il dottor Cipriani era sempre molto elegante. In paese, tutti dicevano che la causa dei tradimenti della moglie stava tutta in quell'enorme differenza della prestanza fisica che li separava senza rimedio. Luisa, dicevano, è alta il doppio del marito e l'altezza, si sa, fa mezza bellezza. Le malelingue andavano oltre e, scatenandosi nei pettegolezzi più sferzanti, sentenziavano che da una a quella maniera, che prima di sposarsi ne aveva fatte più di Garibaldi, non ci si poteva aspettare altro che pane e corna.

L'ultimo pensiero che mi attraversò la mente prima di addormentarmi fu che il dottore, nonostante la villa in paese e tutto il resto, fosse solo un pover'uomo. E così, mi sentii un po' meno sola.

*

Le farfalle, meravigliose e gigantesche, volavano su di me, si scomponevano, e assumevano altre forme che mutavano vertiginosamente. La stanza era piena dei loro colori che riverberavano la luce del sole d'estate. Lo spettacolo mi teneva inchiodata sul letto, mi impediva di andarmene a cercare l'acqua per dissetarmi.

Quando giunse la notte, e la stanza era ormai immersa nell'oscurità, le farfalle, color arancio e nero, volteggiavano ancora indisturbate, continuando con le loro infinite metamorfosi. Solo per un attimo, credetti di riconoscere in loro le farfalle Morgana che scuotevano le ali su di me.

Avevo sete, mi mancava l'aria. Dovevo alzarmi dal letto, uscire dalla stanza per poter bere e respirare, ma loro, con il battito delle enormi ali, mi proibivano di muovermi.

*

L'albore del giorno si insinuava tra gli scuri, dando forma a due blocchi di luce che si stagliavano al centro della stanza.

Mi misi in ascolto dei rumori che mia madre faceva in cucina a quell'ora. Niente.

“Mamma”, chiamai piano.

Il fruscio delle pantofole sul pavimento mi avvisò che si era appena svegliata, e infatti, si affacciò sulla porta con la sua camicia da notte lunga fino ai piedi.

“Allora, come ti senti? Stanotte parlavi nel sonno.”

“E che dicevo?”

“Non ho capito nulla. Brontolavi, brontolavi...”

Ci fu un attimo di silenzio. Era un silenzio di attesa, da riempire con un racconto. Socchiusi le labbra. Mamma mi fece un cenno con la testa, come per sollecitarmi a parlare. In silenzio le guardai le mani, le rughe del viso, la ricrescita bianca dei capelli. Nessuno aveva mai violato il corpo di mia madre, nessuno l'aveva mai offesa in quel modo. Il corpo di mia madre era pulito. Le mie lacrime, l'unico racconto che potessi fare, vennero finalmente fuori.

📷

Chi è Antonella Grimaldi?

Nata a Vinci, è una studiosa di Storia del Risorgimento. Ha pubblicato articoli e monografie su questo periodo storico, dedicando particolare attenzione a figure e momenti del Risorgimento genovese e casalese.

Nel giugno del 2018 ha esordito nel campo della narrativa con il romanzo Il segreto delle viole (Firenze, goWare). Successivamente, la sua short story, Il corpo di Emma, si è classificata prima al VII Concorso internazionale di poesia occidentale e haiku di Genova. Il suo secondo romanzo, La voce di Eloisa, anch'esso dedicato alle indagini del commissario Antonio Conte, uscirà a breve presso Edizioni Ensemble. 

Vive in campagna, in provincia di Firenze, città nella quale trascorre molto del suo tempo per ragioni di studio. 


0 visualizzazioni

Lascia tuo commento nel Blog qui sopra.

Lascia tuo commento Facebook qui sotto.

Selezione dei Post più recenti.

Scrivimi una email e fammi sapere cosa ne pensi

© 2020 by email: librarte.blog@gmail.com . creati con Wix.com