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Tintoretto e la Crocifissione presente nella Scuola Grande di San Rocco


Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, Crocifissione, 1565 - olio su tela cm. 518-1224, Scuola Grande di San Rocco, Venezia.

A cura di Manuela Moschin

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L'articolo è stato scritto per il sito La voce di Venezia:

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Tra le magnificenze veneziane si trova un luogo di assoluto interesse per chi ama l’arte e la cultura. Si tratta della Scuola Grande di San Rocco, chiamata così a seguito della venerazione di san Rocco. Nato a Montpellier, il santo viaggiò in Italia come pellegrino per accudire gli appestati. Quando si ammalò, anch’esso di peste, riuscì a guarire miracolosamente. Nel 1485 il suo corpo fu trasferito a Venezia e riconosciuto come protettore contro le pestilenze.

Le Scuole a Venezia erano confraternite di laici, che aiutavano i bisognosi, offrendo loro anche assistenza sanitaria.

La Scuola di San Rocco costituisce uno dei siti più affascinanti di Venezia, dove sono conservate moltissime opere di Tintoretto, ma anche alcune di Tiziano, Tiepolo e Giorgione.

L’edificio, che fu iniziato nel 1517 da Bartolomeo Bon, distribuito secondo la struttura tipica delle Scuole dell’epoca, è composto da due grandi sale e una più piccola, detta dell’Albergo, nelle quali le pareti e i soffitti sono ricoperti dalle opere di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (Venezia, 1518-Venezia, 1594), per la professione del padre che era un tintore di tessuti.

L’opera presente nella Scuola di San Rocco, che desidero trattare oggi, si riferisce alla Crocifissione che risale al 1565.

Si tratta di un’opera monumentale, che misura cm. 518×1224. Situata nella Sala dell’Albergo, occupa tutta la parete di fronte all’ingresso, per la quale Tintoretto fu pagato duecentocinquanta ducati nel 1566.

Lo stile pittorico del maestro si distingue per la suggestiva poetica luministica, che raggiunge il suo apice tramite un abile utilizzo del chiaroscuro. Altro espediente usato dal pittore, al fine di ottenere un effetto realistico, riguarda la creazione di movimento nello spazio, che otteneva mediante una concezione scenica e dinamica della composizione, assieme all’immediatezza della pennellata.

È indescrivibile la sensazione di meraviglia che si prova ammirando questo capolavoro, dal quale si colgono un’infinità di dettagli e personaggi. Si viene coinvolti totalmente dalla figura di Cristo che domina la scena, poiché il risultato è talmente realistico da dare l’impressione che ci stia per cadere addosso.

Nell’insieme si osserva il cielo scuro, che minaccia l’arrivo di un temporale, vari gruppi di figure disposti a raggiera, Maria che angosciata si lascia andare in uno stato di abbandono emotivo e le croci dei ladroni, non ancora issate.

Episodi drammatici, nei quali si raggiunge una profonda commozione, si stagliano in un palcoscenico abitato da attori impegnati in diverse azioni: alcuni osservano la scena giocando a dadi, dando e ricevendo ordini, altri legano i ladroni, donne che si disperano ai piedi della Croce e c’è persino un asino che mangia i rami d’ulivo, circostanza riferita alla pace cristiana.

Lo studioso ed esperto di pittura veneta prof. Augusto Gentili parla di: «Mescolanza di “infedeli” d’ogni genere, a ricordare che per Venezia gli anni Sessanta segnano il ritorno della minaccia dei turchi e il sospetto di spionaggio in loro favore da parte degli ebrei.»

Nel dipinto Tintoretto si è raffigurato nell’uomo con la barba, intento a partecipare all’evento. Assumendo un’espressione meditativa, si trova appoggiato al terrapieno di pietre, sopra allo zappatore.

La Sala dell’Albergo conserva, inoltre, sull’opposta parete d’ingresso: il Cristo davanti a Pilato, l’Ecce Homo e la Salita al Calvario. Al centro del soffitto è collocato San Rocco in Gloria, per il quale partecipò al concorso senza presentare il disegno, creando altresì scalpore tra i committenti e i partecipanti.

Concludo con una frase del filosofo francese Jean-Paul Sartre, che definì l’opera così:

«Questo squarcio giallo del cielo sopra il Golgota il Tintoretto non l'ha scelto per significare l'angoscia, né tanto meno per provocarla: esso è angoscia e, a un tempo, cielo giallo.»

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